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domenica 3 maggio 2015

1 maggio 2015 - ReHub Villa Quaglina

Capita che ogni tanto un centro profughi si trasforma in una dance hall...
Grazie a tutti voi che siete venuti al ReHub Villa Quaglina a ballare con i rifugiati.
Siamo l'Italia solidale, che non ha paura ed ha speranze e allegrie da condividere.


venerdì 20 marzo 2015

Ad un anno dagli sbarchi

 
Nel marzo 2014, a seguito della prima ondata di sbarchi di profughi provenienti dalla Libia, sono arrivati ad Asti i primi 40 ragazzi africani.
Ci siamo attrezzati in fretta e emergenza per dar loro una buona accoglienza. Non avevamo idea che ne sarebbero arrivati ancora molti, di diverse nazioni. Africa, Medio oriente, Asia. Giovani, famiglie, donne, bambini. In tutto più di 500.
Abbiamo aperto nuove strutture di accoglienza, formato operatori sociali, coinvolto la cittadinanza.
E abbiamo iniziato a convivere con questi ragazzi, a conoscerne le pene e le aspirazioni.
Abbiamo ascoltato storie di guerra, miseria, soprusi. Viaggi allucinanti e speranze infinite.
Ci siamo impegnati per fornire a tutti, italiani e migranti, un dignitoso servizio di sostegno, teso a favorire l'integrazione e la coesione sociale.
In poche parole abbiamo fatto accoglienza.
Un anno fa non sapevamo ancora bene dove stavamo andando, la pressione dell'emergenza ci imponeva di trovare soluzioni rapide ed efficaci, senza avere il tempo di valutare bene il contesto in cui ci muovevamo.

Ora, a distanza di un anno, abbiamo le idee più chiare.
Abbiamo lavorato, speso tempo, energie e denaro pubblico non in nome della solidarietà, bensì per creare dei problemi di ordine pubblico.
Sì, perchè nonostante il nostro impegno ad accompagnare questi giovani e vigorosi ragazzi verso l'integrazione nella società italiana, promuovendo corsi di italiano e di formazione, sostegno psicologico e legale, attività sociali e sportive, tirocini lavorativi, ora ci troviamo di fronte al giudizio della Commissione e del Tribunale per il riconoscimento del diritto di asilo.
Commissione e Tribunale che spesso, troppo, quando valutano le condizioni e i vissuti di queste persone, decidono di non riconoscere loro neanche una minima protezione umanitaria.
E così lo Stato italiano, dopo aver speso circa 1.000 euro al mese per accogliere questi ragazzi, spesso per più di un anno, decide di mandarli via, di non riconoscere loro nessun diritto.

E queste persone dove andranno?
Cercheranno ancora una volta di arrangiarsi, e con il risentimento di chi si è visto rifiutato, andranno a sovraffollare abitazioni fatiscenti, a occupare un posto dove vivere.
Resteranno comunque in Italia vivendo di espedienti e sfruttamento, nell'attesa di una sempre più improbabile sanatoria.
Stiamo creando, con spreco di risorse pubbliche, una nuova categoria di invisibili, impropriamente chiamati clandestini.
E lo Stato tornerà comunque ad occuparsi di loro come problema sociale di ordine pubblico.
Sarebbe molto più sensato riconoscere a queste persone un diritto minimo di cittadinanza, un permesso di soggiorno, e dar loro modo di giocarsi le proprie carte nella legalità.
D'altronde perchè allora aver speso così tanto denaro pubblico per creare irregolari?
E invece si opta per il non sense.
A conti fatti, un anno fa se avessimo saputo dove stavamo andando, probabilmente non avremmo accettato di farci complici ed esecutori di questa follia.
Credevamo nel valore dell'accoglienza, della solidarietà, dei diritti. Ci troviamo invece invischiati nelle gestione del disordine sociale.
 
Non è così che doveva andare.

Asti, 19 marzo 2015
PIAM onlus - Consorzio COALA

giovedì 12 marzo 2015

Asti - Profughi: dove sono e come vivono

Gli ospiti di Villa Quaglina a San Marzanotto sono coordinati dalla cooperativa Co.a.la che ha ottenuto il massimo punteggio

 

Profughi: dove sono e come vivono

Dopo gli ultimi arrivi sono 276 quelli smistati in provincia. Come funziona l’accoglienza gestita da associazioni e cooperative. E c’è chi affitta le case dai privati

Sopravvissuti. Alla guerra, a barconi stracolmi in balia di un mare senza orizzonti, a onde scure che toccano il cielo, al freddo di una traversata che gela sangue e lacrime. Tutti hanno visto la morte in faccia. E, per forza o per destino, le hanno girato le spalle e sono arrivati qui. Gli ultimi profughi sbarcati in Sicilia, poi «smistati» a Torino e infine assegnati alla provincia astigiana sono 276. Dove sono finiti? Come vivono?

Il bando di gara
La Prefettura di Asti ha pubblicato pochi giorni fa l’esito della gara d’appalto per la gestione dell’accoglienza di questi cittadini stranieri (per il periodo 1° marzo - 31 dicembre 2015). Ad aggiudicarsi il servizio sono stati cinque operatori: la cooperativa Co.a.la di Asti (di cui fa parte il Piam); la Caritas di Asti, la Senape di Casale Monferrato; l’associazione Basso Monferrato di Montechiaro e la Leone Rosso società cooperativa di Aosta.

I criteri di scelta
Criteri applicati per l’aggiudicazione? L’offerta economicamente più vantaggiosa, oltre al numero dei migranti per i quali le cooperative hanno dichiarato di poter assicurare il servizio. Ad aver ottenuto il massimo del punteggio, per la qualità dei servizi offerti, è il Consorzio Co.a.la (per 80 posti). Non è un caso, considerato che la cooperativa astigiana si occupa da anni di questo tipo di accoglienza con una struttura, Villa Quaglina, dotata di 21 camere, 4 spazi comuni, una cucina, due chef, una lavanderia, un magazzino, una palestra ed altri locali di servizio. La struttura ha già ospitato ad oggi circa 450 persone provenienti dalla Libia accolti in emergenza. A Casale sono stati assegnati 35 migranti, a Montechiaro sono andati in 40, ad Asti (Caritas) in 45 e alla Leone Rosso, arrivata dalla Valle d’Aosta, 76. Questa cooperativa, che non ha nessun centro di accoglienza nell’Astigiano, ha preso in affitto delle case da privati, una a Robella e l’altra a Valmaggiore.

Le «differenze» tra gli enti
Facendo un giro tra i vari centri di accoglienza, salta all’occhio una disparità netta tra i servizi offerti da una cooperativa e l’altra. Eppure, nella convenzione firmata con la Prefettura, tutti gli enti che si sono aggiudicati la gara d’appalto, si sono impegnati ad offrire questi servizi «minimi»: assistenza alla persona, lavanderia, pasti (colazione, pranzo e cena), un «pocket money» (2,50 euro a ciascuno al giorno sotto forma di «buoni» o di carte pre pagate), servizi per l’integrazione, assistenza linguistica e sanitaria, sostegno psicologico, informazione ed assistenza nei rapporti con la questura. Ad Asti, i profughi accolti dal Consorzio Co.a.la e dalla Caritas, hanno tutto quello previsto dalla convenzione, compresi lo screening sanitario approfondito, la cucina etnica che tiene conto delle varie religioni, camere e bagni attrezzati ad accogliere donne, uomini e famiglie, consulenza legale ed accompagnamento durante le audizioni alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. «Praticamente, con quanto corrisposto dalla Prefettura, copriamo appena tutte le spese - spiega Alberto Mossino, del Piam, che gestisce Villa Quaglina -. Siamo comunque certi che lavorare con serietà in questo settore così delicato sia l’unico modo per rendere un servizio utile a chi ha bisogno di ricominciare a vivere». Non tutti i migranti, purtroppo, hanno avuto lo stesso destino.
I meno fortunati si sono ritrovati nelle mani di cooperative che, pur avendo firmato la stessa convenzione, incassano puntualmente i soldi dalla Prefettura, senza però garantire i servizi previsti. Nemmeno quelli minimi.

I controlli
A chi spettano i controlli? «A noi - risponde secco il prefetto vicario di Asti Paolo Ponta -. E li faremo. La Prefettura si riserva la facoltà di disporre in qualsiasi momento verifiche dirette ad accertare l’esatto adempimento delle prestazioni». Comunque, nella convenzione, si lascia molto (troppo) spazio all’autogestione. «Il Gestore - si legge - si impegna a garantire il monitoraggio delle presenze e provvederà mensilmente ad inoltrare alla Prefettura una relazione sullo stato di attuazione della presente convenzione».

Laura Secci
La Stampa - Asti 12 marzo 2013

mercoledì 18 febbraio 2015

nessun allarmismo

E' da più di un anno che siamo impegnati nell'accoglienza dei profughi e rifugiati. 
Abbiamo ospitato più di 450 persone: uomini, donne, famiglie, di diverse nazionalità.
Qualcuno ha proseguito il proprio viaggio verso altri paesi europei, altri hanno deciso di fermarsi qui.
Da parte nostra, come operatori coinvolti nell'accoglienza, abbiamo lavorato duro nella consapevolezza che oltre a dare ristoro a persone che dalla vita hanno avuto poco o nulla, abbiamo anche reso un servizio utile alla popolazione del nostro territorio, gestendo con serietà questo flusso massiccio di profughi.
Ora gli sbarchi dalla Libia sono ricominciati in maniera massiva. E noi siamo ancora qui, pronti a far rientrare nella normalità questa nuova emergenza.

NESSUN ALLARMISMO




martedì 13 gennaio 2015

Asti - profughi e lavori pubblici

 Intervista al Sindaco di Asti Fabrizio Brignolo a Radio24 - 10 gennaio 2015
"Si può fare, cronache da un paese migliore"
 ascoltala QUI - minuto 52,24

Rassegna Stampa
La Stampa - 2 settembre 2014

 

sabato 13 dicembre 2014

Indicatori vittime di tratta fra i rifugiati – 2014

MARTEDI' 9 DICEMBRE 2014
ASTI

GIORNATA DI FORMAZIONE SU TRATTA E RIFUGIATI


Indicatori vittime di tratta fra i rifugiati – 2014
Sesso: donne
Età: giovani
Nazionalità: Nigeria
Stato di provenienza: Edo State, Delta State
Stato civile: spesso accompagnate da sedicenti mariti
Tempi di viaggio Nigeria-Europa: pochi mesi
Richiesta pressante di essere identificate e ricevere il cedolino con la domanda di permesso di soggiorno


Per identificare le vittime di tratta occorre:
  • Intervenire con mediatrici culturali esperte nel campo della tratta nigeriana.
  • Separare da subito gli uomini dalle donne, senza cedere a pianti, lamentele o commoventi storie d'amore.
  • Serve un periodo di osservazione di almeno 2 settimane per monitorare le ragazze, avere il tempo di colloquiarle con calma, spiegare bene la possibilità di ingresso in percorso art.18 (a tale scopo concordare con la Questura di posticipare il fotosegnalamento o la consegna del cedolino con la richiesta permesso di soggiorno).
  • Se possibile organizzare Unità di Strada in cui le ragazze vengono portate in giro a vedere di persona qual'è spesso il destino delle giovani nigeriane in Europa. Far capire che l'Italia che è stata loro raccontata non esiste.
  • Monitorare i colloqui telefonici e i numeri chiamati.

E' buona prassi relazionare da subito a Prefettura, Questura e Procura sull'andamento delle situazioni.

venerdì 7 novembre 2014

GIORNATA DI FORMAZIONE SU TRATTA E RIFUGIATI - Asti 9 dicembre 2014


Comune di Asti, Asgi, Piattaforma nazionale anti tratta e Sprar
organizzano una giornata di formazione su tratta e rifugiati

In questi mesi molti enti e associazioni che si sono occupati dell'emergenza Mare Nostrum, hanno riscontrato la presenza anche di donne trafficate (in prevalenza nigeriane) fra i profughi arrivati dalla Libia.
Queste situazioni sono state affrontate senza un reale coordinamento, in pratica ogni ente/associazione ha agito in base all'esperienza che aveva.
Ci sono stati vari scambi di mail fra operatori per capire come attivare i percorsi art.18, come relazionarsi in queste situazioni con lo Sprar, la Commissione per i richiedenti asilo, le Prefetture.
E' nata quindi l'idea di creare un momento pratico di confronto fra chi ha lavorato con vittime di tratta/rifugiati in questi mesi, per analizzare l'intervento svolto e poi individuare e condividere quelle che possono definirsi le buone prassi.

MARTEDI' 9 DICEMBRE 2014
presso la Sala Pastrone del Teatro Alfieri
Via al Teatro, 2 - ASTI
GIORNATA DI FORMAZIONE SU TRATTA E RIFUGIATI

ore 9 – Saluto degli Amministratori del Comune di Asti

ore 10 – Confronto fra alcuni operatori che si sono occupati di tratta e rifugiati negli ultimi mesi
Cettina Restuccia – Ass. Penelope – Messina
Davide Tuniz – Ass. Liberazione e Speranza – Novara
Ivana Latrofa – Servizio Legale Nuovi Vicini – Pordenone
Valentina Torri e Avv. Simonetta Ficai – Ass. Pronto Donna – Arezzo
Alberto Mossino – PIAM onlus – Asti

ore 12 – Tratta/Rifugiati: gli interventi nell'ambito dello Sprar
Maura Laureti – Servizio Centrale dello Sprar

ore 12.30 – Pausa pranzo

ore 13.30 – Buone prassi per la tutela delle vittime di tratta all'interno dei flussi di rifugiati
Avv. Enrica Casetta – Tampep onlus – Torino
Avv. Francesca Nicodemi – Asgi

ore 14.00 – Tratta/Rifugiati: le situazioni riscontrate dalla Commissione per i Richiedenti Asilo
Claudia Pretto – Commissione territoriale di Torino per UNHCR

ore 15.00 – Discussione

giovedì 23 ottobre 2014

anche a Asti - IO STO CON LA SPOSA

siamo molti contenti di annunciare che
mercoledì 5 novembre
al ReHub (Refugees Hub) di Villa Quaglina - Asti, Fraz. Torrazzo
sarà proiettato il film
"Io sto con la sposa" con la presenza di uno dei registi
http://www.iostoconlasposa.com

E' un appuntamento importante che racconta la vita dei profughi che in questi mesi sono arrivati in Italia scappando dalla guerra in Siria, dalla dittatura in Eritrea, dalla disperazione della Libia e tanto altro ancora.

Dal 21 marzo 2014 a Villa Quaglina sono transitati 386 profughi di diverse nazionalità.
La storia di molti di questi è simile a quella raccontata in "Io sto con la sposa".
Per questa ragione pensiamo che il ReHub di Villa Quaglina sia il posto giusto dove proiettare il film.
Nel pomeriggio si terrà un incontro delle realtà piemontesi impegnate nell'accoglienza dei profughi, poi una cena a buffet e alle 21 la proiezione + incontro con il regista.

Siete tutti invitati

mercoledì 24 settembre 2014

180 giorni con i profughi

21 marzo 2014 - Fraz Gorzano, San Damiano d'Asti, arrivano i primi 50 ragazzi scappati dalla Libia
21 settembre 2014 - dopo 180 giorni proviamo a fare il punto




venerdì 29 agosto 2014

Accoglienza Diffusa - i dati aggiornati ad agosto


giovedì 21 agosto 2014

I video di Nosa. Deserto, guerra, prigioni, barconi e morte.

Nosa ha 24 anni. E' nigeriano. E' partito da Lagos quasi due anni fa. Ha attraversato il deserto. In Libia è sopravvissuto alla guerra civile. A giugno è salito su un barcone ed è scappato in Italia.
Adesso è ospitato al Re-Hub (refugees hub) Villa Quaglina in Asti.
Ci ha raccontato il suo viaggio e ci ha fatto vedere i video che ha conservato sulla memory card del suo cellulare.
Sono video che parlano di morte.
E ci fanno capire che oltre ad essere migranti, profughi e rifugiati, Nosa e tanti come lui, sono innanzitutto dei sopravvissuti. 

guarda i video:
 

sabato 26 luglio 2014

FACCIAMO ACCOGLIENZA, MA DOVE STIAMO ANDANDO?

Di fronte ad una fase storica così frenetica e impegnativa è necessario ogni tanto sganciarsi dalle incombenze quotidiane, riflettere, progettare, ma anche incontrarsi e fare festa.


Sabato 2 agosto, in occasione della celebrazione della fine del Ramadam, alcune associazioni e cooperative di Asti e Alessandria organizzano una giornata di socialità e riflessione sullo stato attuale dei percorsi di accoglienza profughi dell'emergenza Mare Nostrum.

Alle 15, presso il Re-Hub (Refugees Hub) di Villa Quaglina in Asti si terrà un incontro fra gli operatori coinvolti nell'accoglienza.

In serata musica e festa con i profughi e rifugiati ospitati nelle realtà di Asti e Alessandria.

Siete tutti invitati a partecipare

CO.AL.A scs - Asti Alessandria
PIAM onlus
Coompany & Cooperativa Sociale - Alessandria
Crescere Insieme scs onlus - Acqui Terme
L'Ostello - Alessandria
Ristorazione Sociale - Alessandria
San Benedetto al Porto - Genova Alessandria
Cambalache – Alessandria

giovedì 24 luglio 2014

L'accoglienza dei profughi a Asti - marzo-luglio 2014 - i numeri

Continuano gli arrivi di profughi a Villa Quaglina, servono lenzuola, asciugamami, biancheria uomo donna bambino.
Intanto si va avanti con cuoca africana, lezioni di italiano e tanta divertente confusione.
Stay tuned!
 
 

mercoledì 9 luglio 2014

43 profughi a Villa Quaglina

In questi giorni molti profughi scappati dalla Libia sono arrivati ad Asti. 
Qualcuno ha proseguito il viaggio verso il Nord Europa, qualcun'altro ha deciso di fermarsi per un pò qui, ospitato a Villa Quaglina.
Abbiamo bisogno di scarpe da uomo, biancheria, abiti, biciclette, letti singoli, materassi e mobili a 2 ante.
Chi vuole farsi solidale, batta un colpo o meglio ancora passi a Villa Quaglina a salutarci.


giovedì 26 giugno 2014

RACCONTI E TESTIMONIANZE DALLA LIBIA - STRANIERI IN MEZZO ALLA GUERRA CIVILE

RACCONTI E TESTIMONIANZE DALLA LIBIA
STRANIERI IN MEZZO ALLA GUERRA CIVILE

Cosa sta succedendo in Libia?
Perchè scappano tutti?

Proviamo a farcelo raccontare da alcuni testimoni diretti
27 giugno 2014 - Diavolo Rosso - Asti


Gennaio 2013
Emeka parte da Enugu, Nigeria. Ha 1000 dollari con sé ed è diretto a Agadez in Niger. Da lì, poi proseguirà verso la Libia.
Entra in Libia, a El Gatrun, su un pick up guidato dai trafficanti (300 dollari il prezzo, 25 sono i compagni di viaggio).
Nel deserto incontrano i predoni.

E' notte l'autista vede in lontananza le luci dei pick up dei predoni e spegne i fari, poi cambia strada, guida al buio e così riescono a scappare.
Lungo le rotte del deserto i predoni assaltano spesso i convogli dei migranti. E a volte li abbandonano a piedi, soli nel nulla.

Nine immigrants have died and hundreds have been rescued after being abandoned by smugglers in Sudanese-Libyan desert.


Emeka arriva a Sabha. Ogni giorno si reca in un grande incrocio dove aspetta alla ricerca di un ingaggio.
Sono in tanti, tutti stranieri.
I Libici non lavorano, fanno lavorare gli stranieri perchè sanno che hanno bisogno di soldi per continuare il viaggio.
C'è un'economia della disperazione.
In questo senso per i Libici l'immigrazione è davvero una risorsa, mano d'opera quasi a costo zero e in abbondanza.
I Libici caricano i migranti sulla strada, gli fanno fare la giornata di lavoro, (traslochi, giardinaggio, pulizie in casa, ecc.) e poi pagano poco o addirittura non pagano.
Se vengono pagati i migranti devono stare attenti perchè per strada i ragazzi libici li rapinano o li rapiscono per pendere i soldi.
Succede così tutti i giorni.
A volte sono i ribelli che rapinano, a volte è la polizia.

Libya's relative wealth draws many Africans seeking a better life. Often they instead find abuse, imprisonment without charge and even a kind of modern-day slavery.

In Libia circolano molte armi, le hanno distribuite gli inglesi ai ribelli contro Gheddafi durante la rivolta del 2011. Sono pistole Made in Turkey, costano poco, 100 dollari. Adesso ce ne sono tantissime in Libia, tutti sono armati.
Quando Emeka ha lavorato in un autolavaggio, è capitato spesso che aprendo il cruscotto di una macchina, trovava 2 o 3 pistole, lasciate lì, senza problemi.

I migranti a Sabha vivono tutti in un unico quartiere.
Tutti i giorni arrivavano i Libici per rapirli, rubare i soldi e distruggere le abitazioni.
Emeka e gli altri devono sempre scappare.
A volte sono i ribelli che rapinano, a volte è la polizia.

I Libici rapiscono i migranti, poi li fanno telefonare ai loro amici o parenti. I Libici vogliono 500 dollari per liberarli, sennò li ammazzano.
Se sei fortunato hai qualcuno che paga per te o hai dei soldi da parte e puoi pagare. A volte paghi e non ti liberano, molti restano prigionieri per mesi, a volte muoiono o vengono ammazzati come cani.
I Libici sanno che i migranti hanno sempre un po' di soldi perchè lavorano e non spendono quasi niente. Mettono tutti i soldi da parte per andare in Europa. Così i Libici vanno in giro alla ricerca di qualche migrante da derubare.
A volte sono i ribelli che rapinano, a volte è la polizia.

Tutti i giorni Emeka va a cercare lavoro al solito posto sulla strada.
Un giorno insieme a un altro ragazzo nigeriano trova un ingaggio. Li fanno salire dietro ad un pick up, i vetri sono oscurati e non riescono a vedere chi c'è dentro. Il pick up viaggia veloce, non si ferma agli stop, va troppo forte.
Emeka capisce che qualcosa non va, probabilmente li stanno sequestrando, dice al suo amico che sono in pericolo, ma non possono saltare giù dal pick up perchè va troppo forte, poi dopo un pò c'è un grosso incrocio, il pick up rallenta e i due ragazzi saltano giù rotolando, poi scappano di corsa per non essere ripresi.
E tornano sulla solita strada a cercare lavoro.

In quella strada sovente viene la polizia a fare le retate. E i migranti scappano, sempre. Tutti e da tutte le parti. La polizia quando arriva spara. Qualche volta, qualcuno resta ammazzato.
E i migranti scappano. E quando la polizia è andata via, tornano lì a cercare lavoro.
E poi a fine giornata si va a casa. Di corsa, veloci per non essere rapinati.
E in casa arrivano i Libici che picchiano, rapinano e rubano e sfasciano tutto.
Così tutti i giorni.
Ci sono due tipi di Libici: gli Arabi e i Libici neri del Chad. Questi del Chad sono i più pericolosi.

People and Power investigates how migrants trying to reach Europe fall into the hands of Libya's militias.


Un giorno la polizia prende Emeka e lo porta in prigione.
Sono in tanti, si sta malissimo, si mangia poco e male, non c'è acqua, si beve quella dei cessi.
Sono nigeriani, nigerini, ghanesi...
I poliziotti dicono che vogliono 300 dollari, sennò li tengono prigionieri finchè non muoiono.

Allora Emeka pensa che deve scappare. Qualcuno, sopratutto i ragazzi del Niger, dice di aver paura.
Con gli altri e con un pezzo di forchetta, Emeka di notte scava un tunnel sotto il muro, le case dei Libici non hanno grandi fondamenta, posano sulla sabbia.
Scavano per due notti in tanti, di giorno coprono il buco con i materassi per terra.
La seconda notte quando non c'è quasi nessuno di guardia, uno a uno scappano, Emeka è il primo e dopo di lui lo seguono in tanti, Emeka non sa quanti, non si è voltato ad aspettare, è scappato subito in un bosco lì vicino e poi è tornato a casa sua e l'indomani di nuovo sulla strada a cercare lavoro.

Detained migrants complain of mistreatment and discrimination, while guards cite lack of resources.

Giorni dopo, sempre sulla strada a cercare lavoro.
Arriva la polizia con i pick up. I militari sparano e danno la caccia a tutti. I migranti scappano. Emeka insieme ad un ragazzo del Niger prende una strada che porta verso il deserto, la strada è costeggiata da una barriera metallica alta 2 metri, una specie di guard rail messo lì per evitare che le macchine finiscano nel deserto. Si arrampicano e scappano, sono salvi, Emeka e il suo amico.
La polizia gli spara dietro ma i ragazzi ormai sono lontani.

Più tardi tornano sulla solita strada a cercare di nuovo lavoro. Servono soldi per scappare da quell'inferno.
Torna la polizia, si scappa di nuovo.
Questa volta Emeka cambia la direzione di fuga, scappa verso la città, il suo amico del Niger invece corre di nuovo verso il deserto, mentre sta scavalcando la rete metallica la polizia lo raggiunge e gli spara.
Muore così, attaccato ad una grata nel deserto. Poteva esserci anche Emeka.

E poi tutti i giorni tornando a casa dal lavoro, Emeka deve fare molta attenzione, i ragazzi Libici pattugliano il quartiere, sanno che gli stranieri hanno soldi e li vogliono aggredire, rapinare, ammazzare.
A Sabha è stato così per 4 mesi, tutti i giorni.

Un giorno Emeka decide di proseguire verso Tripoli, ma sa che la strada è molto pericolosa, ci sono i ribelli che pattugliano il deserto pronti ad assaltare i convogli che lo attraversano.
Decide di prendere una via secondaria, pensa che sia più sicuro, farà un giro più largo, passerà per piccole città. E ogni volta si ferma per qualche settimana a lavorare. A Hun sta 1 mese.
Fa un po' di tutto, lava le macchine, fa il bracciante nei campi, il muratore...

Arriva Misurata e poi a Tripoli dopo 7 mesi di viaggio in Libia.
Si sposta a Zuwara. Lì c'è il campo dove si sosta nell'attesa di imbarcarsi per l'Europa.
Contatta un Libico che organizza la traversata.
Emeka viene portato in una casa dove starà rinchiuso come un prigioniero con altri uomini, nell'attesa che si parta.
Paga 500 dollari per il viaggio.

Syrian refugees, fearing rising violence in Tripoli, pay thousands of dollars to try to escape to Europe.


9 luglio 2013
Si parte, sono in 30 su una piccola barca, dopo alcune ore di viaggio la barca si ferma, il motore è in avaria, sono tutto seduti rannicchiati molto stretti, non c'è spazio per muoversi. E intanto si imbarca acqua, arriva fino alle ginocchia. Nessuno sa cosa fare.
Cambia il tempo, il mare si fa grosso, le onde sono alte e la risacca li riporta a riva sulla spiaggia.
Sono salvi. Ma si deve comunque provare a ripartire.
Il giorno dopo si riparte, la barca al secondo giorno di viaggio va in avaria. Non c'è acqua, quella che c'è è salata, se la bevi ti fa bruciare la pelle. Il cibo che si sono portati dietro è da buttare via, si è rovesciata una tanica di gasolio e ha impregnato tutte le borse con le scorte alimentari.
Fermi in mezzo al mare.
Arriva un elicottero nella notte e li vede, arriva anche una motovedetta tunisina, poi con il giorno arriva una nave italiana e li porta a Lampedusa.
Salvi.
Emeka ha 23 anni.


La Nuova Provincia – 16 giugno 2014

Niamat Khan, 34 anni
Arriva da un villaggio pachistano collinare al confine con l'Afghanistan, a 100 chilometri da Kabul. «Con la guerra in Afghanistan -racconta Niamat- i talebani in ritirata hanno sconfinato in Pakistan, nell'area dove ero nato e vivevo con la mia famiglia. Abbiamo la stessa lingua e le stesse tradizioni. Ma, appena arrivati, hanno rubato e saccheggiato le case. Poi sono passati alle persone e pretendevano che tutti i ragazzi giovani del mio villaggio e di quelli vicini si arruolassero con loro. Volevano trasformarci tutti in estremisti talebani, ma noi non volevamo. E loro hanno usato le maniere forti». A dimostrarlo, ci sono due segni di spari alla spalla sinistra.
A quel punto la sua famiglia e quelle di tanti altri ragazzi come lui hanno usato tutti i risparmi per farli fuggire, per non farli diventare talebani. «Sono andato a Bassora e di lì in Libia in aereo -prosegue Niamat- Ho trovato lavoro in un'acciaieria ma non mi pagavano e se andavi a chiedere la paga ti minacciavano, ti sequestravano per qualche giorno e ti maltrattavano. Ti insultavano, ti isolavano, ti sputavano addosso e ti dicevano che dovevi lavorare e basta. Praticamente ero diventato uno schiavo». Così la decisione di venire in Italia. Rimanere in Libia avrebbe significato morte sicura, come è capitato a tanti loro amici e connazionali. Cosa si aspetta ora? «La “green card” perchè con quella sei riconosciuto come persona e non come numero o come schiavo. Non posso tornare in patria, perchè sono stato condannato a morte dai talebani. Quindi non posso fare altro che cercare lavoro in Italia o in altro Paese d'Europa».

Adhan Haider
Ha 25 anni ma ne dimostra almeno dieci di più. La sua data di nascita, come per gran parte dei rifugiati a Capriglio è fissata a gennaio del 1989 e questo fa pensare ad un sistema anagrafico in patria molto approssimativo. Arriva da un villaggio del Panjabi, da una famiglia di agricoltori. Dopo anni di crisi economica, di calamità naturali e di frane che hanno fatto perdere i raccolti, Adnan entra a far parte di un partito religioso islamico pachistano. «Ma – sottolinea- non eravamo integralisti.» Ad un certo punto il leader del partito del suo villaggio ha deciso che lui e altri amici sarebbero dovuti andare in Libia a lavorare e guadagnare soli che sarebbero serviti a costruire scuole e moschee in patria.
«Così siamo partiti per la Libia ed è iniziato un incubo -racconta Adhan con la paura ancora negli occhi- Dopo un mese mi hanno accoltellato (mostrando i segni dei tagli da difesa su un braccio n.d.r.), la Polizia libica mi ha picchiato e derubato prima dei soldi che avevo guadagnato, poi del cellulare. Mi hanno diffidato a lasciare la Libia ma non avevo denaro né contatti per farlo. Non sapevo come rimpatriare così, l'unica via di uscita è stato il viaggio sui gommoni». Oggi Adhan non crede più in quello che il partito gli ha inculcato. Vuole lavorare per sé e per la sua famiglia rimasta in patria. Distrutti i suoi sogni, gli ideali politici e religiosi che lo hanno fatto partire vuole restare in Italia per regolarizzarsi e trovare un lavoro onesto.

Sulmann
Ha solo 24 anni ed è il traduttore del gruppo di pachistani caprigliesi. Parla bene l'inglese e ha sicuramente i numeri giusti per pensare ad un riscatto di livello per quanto vissuto finora. Originario della regione del Kashmere, Sulman è figlio di una famiglia di contadini. A 18 anni la sua famiglia è costretta a spostarsi per la guerra fra India e Kashmere. Suo padre, musulmano, è un “illuminato” che crede fortemente nella forza dello studio e tutte le risorse vengono destinate a far frequentare la scuola ai suoi figli. Sulmann, intellettualmente molto dotato, arriva alle soglie dell'università e si specializza in informatica in un'area dove lo studio viene considerato una colpa. Gli studenti come lui erano molto più diffidenti rispetto a quanto predicato dai talebani che facevano incursioni continue, ma erano anche più esposti, dei veri e propri bersagli per gli integralisti.
«I talebani sono andati da mio padre e gli hanno imposto di “donare” almeno uno dei suoi figli alla causa integralista -racconta Sulmann- Ma la nostra è una famiglia pacifista e così sono stati raccolti i soldi e nel giro di pochi giorni è stata organizzata la mia fuga. L'ultima parola è stata quella di mia madre: “Mai nessuno dei miei figli  finirà nella jhad!” La destinazione ultima è Londra dove già vive mio fratello». La scelta della Libia per tutti è guidata dalla vicinanza con l'Italia e dal fatto che Gheddafi aveva sostenuto l'arrivo di manovalanza per le Compagnie che lavoravano nel Paese. Dopo la sua caduta tutti credevano che valesse ancora quella politica, ma si sono scontrati con una realtà ben diversa.
Sulman è stato in Libia 10 mesi prima di potersi imbarcare per l'Italia.
«Ho dormito per strada, sono stato derubato dei miei documenti, delle foto di famiglia, lettere, titoli di studio e abilitazione all'insegnamento, del cellulare, dei pochi soldi che avevo e poi anche dei vestiti. Quando non avevo più nulla mi hanno picchiato e aggredito. Qui non se ne parla, ma in Libia è una vera e propria caccia all'immigrato che viene maltrattato e reso schiavo. Avevo trovato lavoro in una società di software informatici: mi avevano promesso una paga di 800 dinari, ma poi me ne hanno pagati solo 300. Mi sono lamentato e così non mi hanno dato neppure i 300 dinari. Ho lavorato in un negozio di fiori e l'unica paga era il mangiare. Che era anche poco. Ma tanto, qualunque cosa guadagnassi mi veniva rubato perchè i libici vogliono che il denaro rimanga nel Paese, non venga inviato alle famiglie di origine. Dopo la cattura del figlio di Gheddafi la situazione è ulteriormente peggiorata. Un mio amico, al quale la Polizia aveva ritirato il passaporto come me ha insistito per riaverlo indietro. Non ho più avuto notizie di lui».
L'unica via di uscita erano i barconi verso l'Italia pur sapendo che si trattava di, testuale, “a game of death”, un gioco della morte. E' sul barcone che lo ha portato in Italia che ha conosciuto il gruppo di connazionali con i quali vive a Capriglio ora. «E' stata una traversata spaventosa -racconta Sulmann- 52 ore su un barcone con una falla, 52 ore passate a svuotare l'acqua con i secchi, 52 ore passate con la convinzione che saremmo affondati da un momento all'altro. E poi un elicottero ci ha avvistati e una nave della Marina Italiana ci ha salvati. Non sarò mai abbastanza riconoscente verso quei marinai». In Italia, dice Sulmann, dopo tanto tempo «ci sentiamo di nuovo persone e non animali da lavoro.»


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