Visualizzazione post con etichetta migranti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta migranti. Mostra tutti i post

giovedì 21 agosto 2014

I video di Nosa. Deserto, guerra, prigioni, barconi e morte.

Nosa ha 24 anni. E' nigeriano. E' partito da Lagos quasi due anni fa. Ha attraversato il deserto. In Libia è sopravvissuto alla guerra civile. A giugno è salito su un barcone ed è scappato in Italia.
Adesso è ospitato al Re-Hub (refugees hub) Villa Quaglina in Asti.
Ci ha raccontato il suo viaggio e ci ha fatto vedere i video che ha conservato sulla memory card del suo cellulare.
Sono video che parlano di morte.
E ci fanno capire che oltre ad essere migranti, profughi e rifugiati, Nosa e tanti come lui, sono innanzitutto dei sopravvissuti. 

guarda i video:
 

mercoledì 15 gennaio 2014

Sotto la buccia. Agricoltura e sfruttamento nel sistema Piemonte




il video su youtube

Canelli invece, centro d’eccellenza per la produzione di pregiati vini, dove una volta la raccolta dell’uva era affidata dai produttori a studenti, amici e parenti, ha risposto a un aumento di controlli sull’impiego di manodopera stagionale con l’impiego di cooperative per lo più registrate in Bulgaria e Macedonia o miste.
Il reclutamento dei braccianti stranieri ha portato a una situazione, seppur più contenuta, simile a quella del saluzzese, di barcaccamento, situazione che è stata confinata dall’amministrazione in una zona industriale con il solo supporto di due wc chimici e una doccia per circa un centinaio di persone.

martedì 30 aprile 2013

AGGIORNAMENTI SULLA SITUAZIONE DEI BRACCIANTI IN LOTTA A CASTELNUOVO SCRIVIA (AL)

pubblichiamo molto volentieri questa mail con gli 



Le vertenze sindacali, le cause di lavoro e le indagini della Procura di Torino (PM Guariniello) procedono molto lentamente. Alcuni lavoratori devono recuperare somme di 20-30-40.000 euro e non vedono arretrati da mesi!

I lavoratori ex-Lazzaro, terminati i mesi di ricollocazione previsti dall’ex Assessore provinciale al Lavoro, sono di nuovo senza occupazione, tranne 3 che lavorano nella logistica di Rivalta Scrivia.

Le Istituzioni, Provincia e Prefettura in primis, non hanno dato finora risposta all’emergenza, anzi il Prefetto si è rifiutato di incontrare i lavoratori (cosa che riteniamo molto grave!), sottoposti a grave sfruttamento.

I braccianti di origine marocchina ribellatisi l’estate scorsa stanno andando avanti grazie ai fondi raccolti dalla Cassa di Resistenza istituita dal Presidio e con gli aiuti delle associazioni più sensibili.

I Sindaci della zona, sollecitati dal Presidio, si son detti disponibili a un incontro con gli agricoltori per verificare possibilità di ricollocazione (ricomincia la stagione in campagna), ma per ora non è successo nulla.

Nel frattempo, in piena emergenza soldi e lavoro, con molte bollette ovviamente non pagate, arrivano le prime ingiunzioni di sfratto e persino 2 multe per “violazione delle leggi sull’immigrazione” e questo nonostante i migranti abbiano segnalato all’anagrafe di Castelnuovo Scrivia la presenza di parenti, ospiti in casa o cambi di residenza… come fatto anche in passato.

Giungono quotidianamente da altre aziende agricole della zona segnalazioni di casi simili al caso Lazzaro, che stiamo raccogliendo.

Si rischia di creare un precedente importante se nel penale vi fosse una sentenza di condanna per gli sfruttatori!

Chiediamo a tutti di far girare il video che ricostruisce la storia della lotta di Castelnuovo, girato da noi del Presidio Permanente e di tenere alta l’attenzione su questa vicenda.

Se le denunce dei mesi scorsi a tutti noi, le multe e gli sfratti DI OGGI ai nostri fratelli e sorelle migranti sono un tentativo di intimidire i braccianti ribelli e i solidali che lottano con loro, se sono un modo per fermare chi ha reso visibili le condizioni di schiavismo dei braccianti nel tortonese (come in tutta Italia), HANNO SBAGLIATO I CONTI.

Troveranno ancora il Presidio sulla loro strada, insieme a tutti quelli che conducono lotte simili - a Saluzzo, a Rosarno, ad Alessandria, a Piacenza - a chi lotta per la casa e per il lavoro, alle associazioni e a tutti i solidali che ci sono vicini… contro mafie ed omertà. TUTTI UNITI!

Il Presidio, con i suoi avvocati, ha presentato ricorso contro gli sfratti, la sentenza ci sarà nei prossimi giorni, in ogni caso non staremo fermi, nessuno andrà in mezzo ad una strada, nessuno di coloro che hanno mostrato a tutti cosa sono coraggio e dignità si farà calpestare.

Vi terremo aggiornati nelle prossime settimane, per ora chiediamo a tutti di far girare il video (presto disponibile in versione integrale su internet) e queste notizie il più possibile. La lotta continua!

Castelnuovo Scrivia, 26 aprile 2013  
Presidio Permanente di  Castelnuovo Scrivia 

giovedì 28 marzo 2013

Ciclo di incontri rivolto alle tematiche transculturali

Giovedì 4 Aprile presso il Laboratorio di Gruppoanalisi in via Barbaroux, 9, a Torino, alle 20.45, si terrà l'incontro con gli operatori del PIAM Onlus, che opera nel territorio di Asti. 
Il PIAM, che è un'associazione laica composta da operatori sociali italiani e migranti, si occupa dal 2000 di donne ed immigrazione con particolare attenzione alle persone che si prostituiscono e, in anni piu' recenti, ha iniziato ad occuparsi anche di rifugiati.

L'incontro, a titolo gratuito ed aperto a tutti, avrà lo spirito di dialogare con gli operatori su questi temi e sulla loro esperienza come gruppo di lavoro.

Per quanto possibile, vi preghiamo di diffondere presso le vostre reti l'iniziativa, che nasce dal desiderio di confronto tra diverse professioni che si misurano negli interventi locali psicosociali con i migranti. 


venerdì 20 luglio 2012

SANATORIA 2012 - Attenti alle truffe

Alcuni stranieri ci hanno già contattato per avere informazioni in merito, come al solito c'è molta confusione e c'è il rischio, o la certezza, che approfittatori vari ci si buttino sopra.
Visti i precedenti, organizzeremo una serie di incontri pubblici in luoghi informali dove anche i clandestini possano partecipare, per dare un'informazione corretta.


da Meltingpot.org del 19 luglio 2012
Sanatoria 2012 
Prime indiscrezioni sul testo del decreto in via di approvazione
Mancano ancora dettagli importanti ma regolarizzazione è imminente

Con il nome di "ravvedimento oneroso" il Governo Monti si appresta a firmare l’ennesima sanatoria nella storia di questo paese. Necessaria, dovuta, voluta, la norma inserita nel decreto di recepimento della direttiva 52 contro lo sfruttamento, è li a ricordarci la persistente inadeguatezza della normativa in materia di immigrazione, che neppure i tecnici hanno il coraggio di toccare nei punti chiave, e l’inevitabile esigenza di dar sfogo alla valvola di uno spazio di compressione dei diritti, quello della clandestinità, che proprio l’attuale legge continua a riprodurre.
Nessuna "inversione di tendenza" quindi ma un provvedimento che prima del Ministero Cancellieri avevano adottato nomi del calibro di Maroni e Pisanu.


A chi si rivolge
La dichiarazione di emersione potrà essere presentata da " datori di lavoro italiani o cittadini di uno Stato membro dell’Unione europea, o stranieri in possesso del pds CE di lungo periodo che, alla data di entrata in vigore del presente decreto legislativo occupino irregolarmente alle proprie dipendenze da almeno tre mesi, e continuano ad occuparli alla data di presentazione della dichiarazione, lavoratori stranieri presenti nel territorio nazionale in modo ininterrotto almeno dalla data del 31 dicembre 2011".


L’inizio delle presentazioni delle domande dovrebbe avvenire il 15 settembre, per concludersi il 15 ottobre, fermo restando che, per quanto riguarda il lavoratore irregolare "la presenza sul territorio nazionale dal 31 dicembre 2011 deve essere attestata da documentazione proveniente da organismi pubblici".


Immediatamente si pongono due problemi che avranno certamente risvolti importanti: Ci si chiede infatti se potrà il lavoratore denunciare la sua situazione lavorativa ed attivare così la procedura qualora il datore di lavoro si rifiuti di sanare la sua posizione? Se così non fosse, come sembra, per l’ennesima volta saranno i soli datori di lavoro a poter decidere le sorti del rapporto di lavoro e con esso del lavoratore.


Inoltre è opportuno concentrare l’attenzione sugli elementi di prova che il lavoratore dovrà produrre, elemento che in passato aveva dato luogo a non pochi problemi.


I motivi ostativi Il rapporto di lavoro dovrà essere a tempo indeterminato, escludendo dalla possibilità di beneficiarne i lavoratori a tempo parziale, con una deroga per "lavoro domestico e di sostegno al bisogno familiare" di almeno venti ore settimanali.


Per quanto concerne i datori di lavoro trovano già applicazione alcune clausole specifiche già oggetto del decreto di recepimento della direttiva europea e che prevedono l’esclusione dalla procedura per "i datori di lavoro che risultino condannati negli ultimi cinque anni, anche con sentenza non definitiva" per reati quali:
- il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina,
- l’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro,
- i "reati previsti dall’articolo 22, comma 12, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286", così come modificato dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92 (cosiddetto "Pacchetto Sicurezza").


Vengono esclusi i datori di lavoro "che, a seguito dell’espletamento di procedure di ingresso di cittadini stranieri per motivi di lavoro subordinato ovvero di procedure di emersione dal lavoro irregolare non ha provveduto alla sottoscrizione del contratto di soggiorno" precedentemente all'entrata in vigore del presente decreto in via di definizione.


Non possono inoltre accedere alle misure previste dal provvedimento di emersione i lavoratori stranieri precedentemente espulsi per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato e quelli condannati, anche con sentenza non definitiva, per uno dei reati previsti dall’articolo 380 del cpp (Arresto obbligatorio in flagranza).


Vengono inoltre esclusi i lavoratori "che comunque siano considerati una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato". Viene altresì confermato che "nella valutazione della pericolosità dello straniero si tiene conto anche di eventuali condanne, anche con sentenza non definitiva, compresa quella pronunciata a seguito di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per uno dei reati previsti dall'articolo 381 del medesimo codice"


Da segnalare infine che "nelle more della definizione del procedimento... lo straniero non può essere espulso", tranne in quei casi ritenuti ostativi sopra richiamati.


La procedura
Fermo restando che verranno successivamente "stabiliti i limiti di reddito del datore di lavoro richiesti per l’emersione del rapporto di lavoro", la dichiarazione di emersione potrà essere presentata previo pagamento di un contributo forfettario di 1.000 euro. Inoltre è prevista "la regolarizzazione delle somme dovute dal datore di lavoro a titolo retributivo, contributivo e fiscale pari ad almeno sei mesi". Infine "è fatto salvo l’obbligo di regolarizzazione delle somme dovute per l’intero periodo in caso di rapporti di lavoro di durata superiore a sei mesi."


http://www.meltingpot.org/articolo17944.html

mercoledì 21 settembre 2011

Una testimonianza dal Centro di Accoglienza Migranti di Mineo (CT)

Un amico che è stato fra i volontari impegnati nel centro di Mineo, ci ha inviato queste riflessioni, che pubblichiamo volentieri.


C.A.M. Mineo – Emergenza Migranti

Si definisce nè un C.A.R.A. nè un C.I.E., sulla carta è un semplice Centro Accoglienza Migranti.
Curioso è il suo modo di essere accogliente: per giornali e televisioni è off limit; dall'apertura, avvenuta all'inizio di marzo, è concessa l'entrata solo alla Croce Rossa Italiana (unico responsabile del centro) e all’UNHCR, i quali si occupano esclusivamente dei migranti a cui, dopo essere stati ascoltati dalla Commissione, è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Una mattina a settimana si possono intravedere gli operatori di Save the Children: a sentire i dodici minorenni non accompagnati, è stato fatto ben poco, da marzo i ragazzi sono ancora rinchiusi, quasi nessuno è stato trasferito in un apposito centro per minori (giusto una ragazza maliana), anzi qualcuno diventando maggiorenne è stato letteralmente gettato nel calderone degli adulti e la protezione che poteva ricevere come minorenne è già evaporata nel caldo catanese.
Pur trattandosi di un centro accoglienza per migranti, i quali a ben saputa non conoscono l'italiano, è singolare il fatto che all'interno dell'equipe Croce Rossa Italiana, solamente il 10% parla una lingua straniera. Questo fa comprendere le ulteriori complicanze che possono evolvere nel centro.
Più di 1700 persone vivono al momento all'interno del C.A.M. di Mineo, ne sono passate più di 4000 da marzo.
Vivono nelle 400 villette predisposte un tempo per i militari americani, trasferitisi da tempo nel paesino a 30km di Sigonella. Sono stati dati loro ottimi comfort, sia rispetto agli altri migranti che vivono in tende o in container in altri centri, sia rispetto alla maggior parte dei migranti che vivono nel nostro paese. Ogni villetta ha tre camere da letto, tre bagni e tre vani al piano terra, utilizzati o come camere da letto o come salotti. In tutte le camere c'è l'aria condizionata.
Pur avendo queste comodità “esagerate” per un centro d'emergenza, i suoi abitanti sono oramai stufi delle lungaggini che si protraggono ormai da tempo: la maggior parte da marzo aspetta ancora di essere ascoltata dalla Commissione, sapendo che dovrà poi attendere i risultati almeno un mese e che per molte popolazioni dell'Africa dell'Ovest, l'esito è quasi sempre negativo. Per questi ultimi, rifiutato lo status di rifugiato, l'iter è sempre lo stesso: viene loro assegnato un avvocato d'ufficio il quale, dopo aver fatto ricorso, riesce a farsi concedere per i suoi assistiti un permesso momentaneo di 6 mesi, in attesa del processo.
Il problema più emblematico, che coinvolge l'intera comunità all'interno del campo è l'impossibilità di seguire corsi di lingua (dall'apertura del centro sono stati effettuati dei corsi sporadici grazie alla volontà di alcuni volontari C.R.I. della durata mediamente di un paio di settimane). Gli unici beneficiari sono i bambini, i quali possono seguire delle lezioni elementari grazie sempre all'ausilio di una volontaria C.R.I.
Questo aspetto della lingua porta gravissime conseguenze, una volta usciti dal Centro, quando queste persone sono lasciate in balia di se stessi, senza nessun appoggio: la maggior parte lascia il Centro, ormai esausto, disposto in ogni maniera a riprendersi la propria dignità di donna e di uomo che ha perso una volta giunto in Italia.


Giovani trentenni arrivati da Lampedusa con un sacchetto di plastica blu (unico bagaglio concesso loro da parte degli scafisti sulle coste libiche) lasciano Mineo con una sacca della Croce Rossa Italiana, con in testa solo una città come meta.
C'è Mohammed, diretto a Roma, ha comprato il biglietto del treno, racconta di aver sentito parlare della capitale, dove tanti migranti han trovato lavoro, lui in Pakistan era elettricista, era un dipendente statale, si occupava di fili ad alta tensione e nel tempo libero faceva qualche lavoretto nelle case del vicinato. Parte per Roma, conosce solo la stazione, Termini, non ha altre informazioni.
Quando gli chiedo come farà a mangiare e dormire, mi risponde semplicemente con un sorriso beffardo sulla bocca: ho dormito e mangiato a sufficienza in questo posto, ora provo a vivere in questo paese.
Assan, etiope, ha ricevuto i 5 anni, il giorno del suo risultato c'è stata una grande festa con la sua comunità e tra i suoi vicini, per molti lui ce l'ha fatta, ora che ha la status di rifugiato, avrà una vita più facile. Doveva ricevere un'abitazione, o una camera o un letto dove potersi trasferire ma dopo il risultato ha aspettato 65 giorni senza risposta. Ora è stanco di restare fermo, ha una famiglia in Africa che deve mantenere, è partito per Reggio Emilia, ha sentito da altri vicini che hanno qualche amico in città che si può trovar lavoro: lui in Etiopia era professore di inglese, nei 4 anni passati in Libia, faceva il giardiniere e il guardiano per le ville dei libici. Ora in Italia è ignaro di quello che lo aspetta. Vuole solo lavorare, avere dei soldi da inviare al suo paese, alla sua famiglia.
Sia Mohammed che Assan, non parlano italiano, parlano perfettamente inglese e arabo e sanno già che in Italia, pur parlando due tra le più diffuse lingue al mondo, avranno grosse difficoltà nel trovare un'occupazione.
C'è un gruppo di donne somale ed eritree che da 3 mesi hanno avuto il risultato, è stata loro concessa una protezione sussidiaria: 3 anni. Ma non sanno dove andare, quasi tutte hanno almeno un figlio, ancora in fasce, hanno paura a lasciare la casa e il cibo quotidiano, non hanno più contatti con la famiglia in patria, non possono ricevere soldi e non sanno cosa fare una volta uscite da Mineo; in Libia erano colf, badante, babysitter, cuoca. Ora mi dicono solo Dio sa cosa sarà di noi. Intanto aspettano.
Perchè non vengono istituiti corsi di lingua, o corsi di formazione professionale? La grande Italia, facente parte del G8, che si vende come una delle più grandi economie mondiali, non riesce a gestire corsi per qualche centinaia di donne e uomini che chiedono solo di lavorare e di imparare?
Perchè esistono altre realtà, come i centri S.P.R.A.R., ubicati in diverse cittadine italiane, gestite da piccole associazioni che funzionano? Non sono forse meglio tanti piccoli gruppi di migranti in piccole comunità italiane, invece che un mastodontico centro di accoglienza?
Bisogna comprendere se davvero sta a cuore l'integrazione e sopratutto l'accoglienza. Perchè è di accoglienza che parliamo?!

sabato 7 maggio 2011

Arrivano i rifugiati ad Asti - WELCOME

«La nostra proposta lanciata nei mesi scorsi ha trovato risposta.
Tra le famiglie che daranno accoglienza ci sono immigrati nigeriani e ghanesi, ma non solo - commenta Alberto Mossino del PIAM.
I migranti in arrivo sono profughi, richiedenti asilo e rifugiati, e arrivano sotto la supervisione delle autorità.
Persone migranti, non clandestine, su una popolazione di oltre 70 mila persone non deve destare allarme sociale»

La Stampa 8 maggio 2011

La Stampa 7 maggio 2011 

La Stampa 6 maggio 2011

martedì 26 aprile 2011

Accoglienza profughi - Migranti in famiglie di immigrati?

"Ho preso anche contatti con il PIAM per tentare di organizzare un'accoglienza attraverso famiglie di immigrati.
Ciò eviterebbe la creazione di un centro di accoglienza profughi, una delega ad un gruppo ristretto di volontari e aiuterebbe le comunità a farsi carico direttamente dando un grande segno di ospitalità e di fraternità"
Beppe Amico - Direttore Caritas Asti 


venerdì 8 aprile 2011

anche le ACLI appoggiano la proposta del PIAM sull'accoglienza dei profughi

La Stampa, Cronaca di Asti, 8 aprile 2011


martedì 5 aprile 2011

Un appello alla solidarietà fra migranti per combattere l'emergenza profughi

“I profughi? Affidiamoli ai loro connazionali”
Onlus astigiana: “Integrazione più facile nelle case di chi vive già qui”


Un appello alla solidarietà fra migranti per combattere l'emergenza profughi.
L'inedita proposta lanciata da PIAM onlus (Progetto Integrazione Accoglienza Migranti) di Asti non è passata inosservata e ha subito trovato favorevoli e contrari.

Il progetto illustrato dal presidente Alberto Mossino è quello distribuire i profughi tra le famiglie di migranti disponibili all'accoglienza: una sorta di affido retribuito con le stesse risorse che dovrebbero essere impegnate in strutture più grandi, come tendopoli o CPT.
“Si risparmierebbero soldi pubblici - sostiene Mossino - oggi si spendono 70 euro al giorno per ciascun ospite a Manduria. Parte di quella cifra potrebbe essere data alle famiglie disposte all'ospitalità e il resto per sostenere i costi delle associazioni che si occuperebbero di garantire il funzionamento di questa soluzione, naturalmente sotto il controllo delle Prefetture”.
La proposta nasce da dieci anni di esperienza: “Abbiamo constatato - prosegue Mossino - che le comunità dei migranti sono una risorsa da mettere a sistema. Spesso i migranti si affidano a chi ha una matrice culturale simile, quando non dispongono di una rete parentale, che sono il modello più efficace per l'integrazione”.
E conclude: “Questa soluzione può funzionare se non si concentrano grandi numeri di migranti, diluendo la loro presenza sul territorio. Davanti alla crisi a cui stiamo assistendo, questa proposta che svantaggio può avere?”.

Tra coloro che hanno apprezzato la proposta c'è il Vescovo di Asti, Francesco Ravinale: “A caldo l'ho ammirata. Occorre però vedere se è praticabile, se c'è veramente la disponibilità ad accogliere. Certo, le grandi strutture vanno verso grandi pericoli. E per chi emigra la cosa più semplice è trovare un amico o un parente su cui fare affidamento. L'idea è buona, ma penso che ci siamo anche altre ricette”:

Esprime disappunto invece Pierfranco Verrua, assessore ai Servizi Sociali del Comue di Asti ed esponente della Lega: “In questo momento la città sta passando una crisi economica pazzesca. Aggiungere altre persone in cerca di reddito sarebbe devastante. Per questo dico che una proposta del genere non è fattibile. Chiunque venga a vedere i nostri uffici dei Servizi Sociali si renderà conto di quanta gente si rivolge a noi. Inutile aggiungere bisogno a bisogno. Se si vuole fare accoglienza si deve garantire un'opportunità concreta a chi arriva. Piuttosto occorre puntare sulla solidarietà nel campo della cooperazione internazionale dove si possono ottenere dei risultati credibili”.

Nei giorni scorsi ad Asti si sono rincorse voci di possibili arrivi di profughi, finora smentite dalla Prefettura.
“Asti non è tra i siti disponibili - conferma Verrua - per la sua situazione economica e per l'assenza di strutture in grado di funzionare come CPT”.
La Stampa, Piemonte e Valle d'Aosta, 4 aprile 2011

lunedì 4 aprile 2011

I profughi ospiti di migranti per evitare il rischio tendopoli

La proposta dell'Associazione PIAM



L'idea ricorda il principio che ispira l'omeopatia. In questo caso, si trasformano in ricchezza le risorse che altri invece considerano solo come problema.
Tradotto, quel patrimonio rappresentato da circa il 14% di residenti arrivati in questi anni nell'Astigiano come migranti.
Interpellata su come affrontare l'emergenza immigrati a Lampedusa, l'Associazione PIAM (Progetto Integrazione Accoglienza Migranti) lancia una proposta.
Nasce da una sensibilità maturata in dieci anni di esperienza nell'assistenza di uomini e donne sfruttati e vittime di violenze: ma, soprattutto, contiene un grande insegnamento culturale, oltre ad una non trascurabile utilità pratica.
“Contro le tendopoli, costose e dannose per tutti, proponiamo un modello di accoglienza diffusa con presa in carico territoriale” spiega il presidente Alberto Mossino.
In sostanza, i profughi affidati alle comunità e alle famiglie di migranti già residenti nel territorio.
Il progetto parte da una considerazione che le immagini di questi giorni mettono sotto gli occhi di tutti: “Le tendopoli sono aree attrezzate alla bell'e meglio e non funzionano - la tesi di Mossino - sia come qualità dei servizi sia per la certezza del diritto di chi si trova lì. Senza contare costi economici, tensioni sociali e gli innegabili disagi per la popolazione residente”.
L'associazione prova quindi a mettere a frutto l'esperienza di quanto avviene quotidianamente.
“In condizioni di normalità, le comunità di migranti e i parenti rappresentano sempre una sponda per l'assistenza primaria di chi arriva - aggiunge - esperienza nell'Astigiano vecchia di vent'anni. Coinvolgere chi ha un matrice culturale simile è una risorsa da mettere a sistema”.
Una sorta di affido retribuito dunque.
“Parte di quel che si spende per creare strutture tipo Manduria andrebbe invece a chi, possedendone i requisiti, darà la disponibilità ad ospitare un migrante - le parole del presidente PIAM - potrebbero essere coinvolte, ad esempio, le famiglie che in questo momento hanno difficoltà economiche e rischiano di rimpolpare i casi di emergenza abitativa”.
In sostanza si potrebbe creare benessere evitando situazioni impattanti: “Così chi fa solidarietà viene premiato e nessuno si accorgerebbe della presenza nell'Astigiano di 50-60 nuovi migranti” aggiunge Mossino.
Il tutto sotto la regia della Prefettura e con le associazioni cui verrebbe affidato il coordinamento.
La proposta verrà presentata al Consiglio Territoriale per l'Immigrazione in Prefettura.
“Del resto, a fronte di quello che c'è, quale svantaggio avrebbe?” conclude Mossino.
La Stampa, Cronaca di Asti, 3 aprile 2011

venerdì 1 aprile 2011

ad Asti arrivano i profughi libici ed i fuorusciti tunisini?

In ogni caso si dovrà affrontare la situazione con senso di responsabilità e professionalità.
E sarà importante mettere da parte le strumentalizzazioni e i falsi allarmismi.
Questa città ha le strutture, le competenze e le risorse sia umane che materiali necessarie per mettersi in gioco e dare prova di efficienza e solidarietà.


Fra smentite e mezze ammissioni c’è preoccupazione per la destinazione forzata di alcune centinaia di immigrati da Lampedusa. Il vecchio ospedale come centro di accoglienza?
Il piano per l’emergenza immigrati è scattato.
Roberto Maroni, ministro dell’interno ha ottenuto il “via libera” delle Regioni, con alcuni distinguo, per accogliere l’onda di profughi che dal Nordafricani rivolta, potrebbe arrivare ancora più intensa nel nostro Paese.
L’adesione è arrivata al termine di un incontro al Vicinale con i presidenti di Regioni, Province e Comuni.
“Si tratta - ha detto Maroni – di un piano d’emergenza che prevede la distribuzione con il criterio di mille profughi ogni milione di abitanti, del territorio interessato fino a un numero massimo di 50 mila profughi, una previsione che, purtroppo, temiamo essere molto realistica”.
Le prime centinaia di immigrati, hanno già preso la via della Sicilia e della Puglia. Rimane da capire come saranno distribuiti sul territorio italiano.
Un problema in più per gli uomini della Lega Nord, che da censori e “razzisti” nei confronti dei clandestini, dovranno, comunque, far buon viso a cattivo gioco.
Hanno un bel da puntualizzare Roberto Cota e Luca Zaia, presidenti di Piemonte e Veneto.
“Il piano vale solo per i profughi libici, altrimenti ci opporremo”. Ma la maggior parte dei nuovi arrivi sono di nazionalità tunisina… La maggior parte dei nuovi arrivi, sono arrivati senza documenti di identità e dunque di etnia incerta. Tunisini, marocchini e pochi libici".
Dunque le previsioni del ministero vanno a pallino, travolte da un’altra realtà. Come è chiaro a molti, si potrebbero creare problemi di sicurezza assai gravi. Ma non basta.
Mentre si snocciolano le cifre dell’emergenza, quello che non è chiaro, ma è sfumato, con l’ambiguità tipica della diplomazia, è che tra gli immigrati, vi possono essere, o meglio ci saranno esponenti della malavita locale e terroristi. Con quali sistemi di intelligence si potranno individuare ed isolare?
Dopo queste considerazioni tentiamo di capire meglio nei dettagli che interessano il Piemonte e meglio ancora Asti, cosa succederà.
Per ora sono ipotesi ma non troppo azzardate. Nonostante le smentite delle Autorità locali, politiche e non, il capoluogo artigiano dovrà fare di necessità virtù. Sono i numeri a dirlo,correlati da ragionamenti logici.
Al Piemonte toccheranno circa 4 mila profughi, le province sono otto, dal calcolo matematico, ad Asti ne toccherebbero circa cinquecento. Torino, non è in grado di assorbirne che un numero esiguo (duecento?).
Le strutture a disposizione o sono state incendiate o sono al collasso. Novara e Verbania, collegio elettorale di Roberto Cota, faranno di tutto per limitare i danni.
Pertanto le smentite sull’accoglienza dei profughi ad Asti, non sono credibili.
Queste persone dovranno essere sistemate da qualche parte e in città, se ne parlava già nei giorni scorsi, i locali agibili, sono già a disposizione: sono quelli del vecchio ospedale, in centro, chiusi da qualche anno ma sicuramente ancora in buono stato da essere utilizzati in tempi brevi.
Perché nell’accordo fra le regioni, quest’ultime devono mettere a disposizione strutture funzionanti ed in alcuni casi occorre il tempo per rendere abitabili eventuali locali di accoglienza.
Come reagirà la città a questa solidarietà forzata?
Staremo a vedere, con la speranza che quanto sta maturando non venga poi messo in atto…
www.atnews.it - 29 marzo 2011

giovedì 16 dicembre 2010

Asti - MENSA E DORMITORIO A RISCHIO CON IL BILANCIO DI PREVISIONE 2011

UN APPELLO AGLI AMMINISTRATORI DALLA SOCIETA’ CIVILE


Da ormai parecchi mesi si susseguono voci discordanti – ma in ogni caso per nulla rassicuranti – sulle sorti della mensa sociale e del dormitorio della città di Asti, servizi che fanno entrambi riferimento all’Assessorato ai servizi sociali del Comune di Asti. Si è iniziato a gennaio con la riorganizzazione del servizio mensa, non distribuendo più pasti caldi a chi decide di consumarli a domicilio. Si è poi eliminata la frutta dai pasti della mensa e si è modificata la convenzione con le suore di N.S. della Pietà che gestiscono il servizio riducendo da quattro a tre il numero di suore addette a cui il Comune riconosce un rimborso spese per il servizio erogato. Infine a settembre, dopo aver sempre più alleggerito le borse di alimenti, è stato chiesto e ottenuto un contributo straordinario dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti per evitare la chiusura del servizio, in quanto, paradossalmente, a fronte di un aumento delle richieste (la crisi economica sta aumentando la povertà) sono diminuiti gli stanziamenti del Comune di Asti. Si è poi proposta a più riprese anche la chiusura definitiva del dormitorio maschile sito in Via Carducci. E’ iniziata in consiglio comunale la discussione per l’approvazione del bilancio di previsione 2011. Se i consiglieri non approveranno una modifica alla proposta presentata, dal 1 aprile 2011 il dormitorio verrà chiuso e dal 1/1/2011 alla mensa si distribuirà solo il pasto caldo invitando chi ha fino ad oggi fruito del crudo a recarsi al banco alimentare. Questo per alleggerire la spesa pubblica. Pur rendendoci conto che i tagli agli enti locali sono stati drastici, che il vincolo del rispetto del patto di stabilità stia mettendo in ginocchio molti Comuni, restiamo dell’idea che è proprio in tempi di crisi che sia necessario fissare le priorità e su quelle investire. Dormitorio e mensa sociale sono a nostro avviso una priorità perché si tratta di persone che vivono in condizioni di povertà assoluta. Non è ammissibile pensare che la spesa per garantire un posto letto ai quindici ospiti del dormitorio o per offrire le borse di alimenti da distribuire alle famiglie povere rappresenti un così grande onere per la collettività. La distribuzione delle borse di alimenti della mensa non può essere sostituita dall’erogazione dei viveri del banco alimentare perché sono servizi molto differenti e solo chi li conosce può capire. I tagli a questi servizi di bassa soglia, a nostro avviso, non sono rispettosi ne’ dei poveri ne’ della città stessa che viene meno al suo dovere di curare tutti i cittadini, specie i più in difficoltà. Non è forse un risultato importante, segno di grande civiltà che ci dovrebbe onorare tutti, garantire un pasto caldo a chi non se lo può permettere o assicurare un tetto a chi altrimenti passerebbe la notte cercando rifugi di fortuna sulla panchine, nei portoni dei condomini o in qualunque altro luogo comunque non dignitoso ? Esiste un luogo comune che etichetta gli utenti di mensa e dormitorio come delinquenti, attaccabrighe, vagabondi e approfittatori. In realtà si tratta di persone essenzialmente sole, senza fissa dimora perché sfrattate, con storie di vita alquanto complesse e tribolate. Non pochi sono gli anziani ed anche in condizioni di salute precarie. Non poche sono le famiglie con minori e senza reddito. Accogliere queste persone alla mensa e al dormitorio significa anche avere, con esse un contatto. Significa poterle controllare e, togliendole dalla strada, avere la possibilità di gestire situazioni problematiche o a volte potenzialmente pericolose. La Costituzione sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte allo Stato, il dovere di solidarietà sociale e l’obbligo di rimuovere gli ostacoli che impediscono la partecipazione alla vita democratica del paese. Il Comune ha l’obbligo di dare attuazione a tali importanti principi a livello locale per dare forma alla polis. Una società che deliberatamente non fa questo rinuncia a dare prova di civiltà. Gli amministratori comunali dovrebbero al più presto chiarire la loro posizione. Il freddo si fa sentire ed è atroce pensare che mentre la maggior parte della civitas può godere del tepore del focolare, alcune persone potrebbero da Aprile 2011 essere vittime del freddo e delle intemperie. Altri non avere un pasto assicurato. Che non si assista al fiorire di tensioni sociali o a casi analoghi a quello avvenuto una decina di anni fa proprio sul nostro territorio: la notte di capodanno, un immigrato aveva assurdamente trovato la morte per assideramento dopo essersi rifugiato in un bidone dell’immondizia cercando scampo dal freddo. Avere per tetto un cielo di stelle è certamente suggestivo, ma non per chi è costretto a considerare un tetto di mattoni come un miraggio lontano.

Consiglio pastorale della zona urbana, Caritas Diocesana, Pastorale Sociale e del lavoro Pastorale giovanile, Centro Missionario Diocesano, Progetto Culturale Diocesano, Migrantes, A.C.L.I., Azione Cattolica, Tempi di fraternità, Ass. Ti dò credito, Ass. P.I.A.M., Cepros, Ass. Culturale Davide Lajolo, Comitato per la Costituzione, Associazione Italiana Maestri Cattolici, Uciim, Banco alimentare,Amici dell’Opera, Di.Svi., Ass. San Vincenzo De’ Paoli, Ass. Medici Cattolici Italiani, Centro culturale cittadino San Secondo, Comunità Capi gruppo Scout AGESCI Asti 1°, C.A.V., Movimento per la Vita, C.I.F, U.I.L., UCID, Unitalsi, A.C.O.S., Ass. Effatà, Ass. Bioetica & persona.

venerdì 26 novembre 2010

Sanatoria truffa e permesso ex art 18


Sanatoria truffa e permesso ex art 18 - Possibile e giusto ma attenzione!
La segnalazione viene dal Naga di Milano e trova conferma anche da parte della nostra redazione
La sanatoria truffa, inutile ricordarlo, è in queste settimane al centro del dibattito politico in questo paese.
Dopo le straordinarie mobilitazioni di Brescia e l’occupazione della Torre di via Imbonati di Milano, si è aperto uno spazio di discussione che prima appariva impossibile.
Le battaglie, che in diverse forme hanno preso piede in tutta la penisola, hanno registrato, oltre alla risposta pesante da parte del Ministero dell’Interno culminata nell’espulsioni di alcuni migranti, anche qualche risultato positivo.
Alcune Procure, infatti, hanno aperto uno spiraglio, anche attraverso dichiarazioni pubbliche degli stessi procuratori (è il caso di Verona), alla concessione, nei confronti dei truffati, del permesso di soggiorno ex art 18 del TU.
Attenzione però, non vi è alcun automatismo tra la denuncia presentata da parte del soggetto truffato ed il parere positivo della Procura, rivolto alle Questure, affinché rilascino tale titolo di soggiorno.
In alcuni casi questo è stato possibile a fronte delle circostanze specifiche delle indagini nei confronti dei truffatori che evidenziavano l’esistenza di vere e proprie associazioni a delinquere, in altri casi, interpretazioni ancor più "aperte" sono state sostenute dalle mobilitazioni dei migranti e delle associazioni.
Dall’altro lato però è utile segnalare, così come ha fatto l’Associazione Naga di Milano, che, secondo l’applicazione attuale e prevalente della normativa, purtroppo, se un cittadino straniero, ancora in fase di emersione, denuncia il datore di lavoro o il soggetto che lo ha truffato, non ottiene automaticamente un permesso di soggiorno. Il rischio quindi è quello di andare incontro a contestazioni di reato.
E’ utile segnalare inoltre che i migranti truffati una volta, rischiano di essere in qualche modo oggetto di una seconda "truffa". Non abbiamo paura di segnalare che, purtroppo, alcuni "professionisti", a cui poco si addice questo termine, non hanno esitato a far presentare denunce senza preoccuparsi preventivamente di rilevare le eventuali possibilità di accedere al permesso di soggiorno per protezione sociale (preoccupandosi però di farsi pagare) e neppure successivamente avendo attivato percorsi in tal senso, approfittando della disperazione degli interessati e della loro volontà (legittima) di far emergere la situazione, il raggiro di cui sono stati oggetto, frutto si una sanatoria ingiusta che ha offerto ad affaristi e faccendieri il terreno su cui costruire profitti.

Questo significa che non è possibile fare nulla? Assolutamente no!
Le mobilitazioni in corso e quelle che stanno via via prendendo forma (a Milano è stato aperto un tavolo di confronto con la Prefettura sul tema), insieme al lavoro di centinaia di professionisti (veri) che mettono le loro competenze a servizio di questa giusta battaglia, possono aprire scenari inediti e positivi per i diritti dei truffati e contro una sanatoria che oggi ancor più di ieri rivela la sua natura: una truffa, già da quando era stata pensata.

venerdì 5 novembre 2010

Giro di vite contro le prostitute

Ordinanze, retate, espulsioni.
Non è questa la nostra sicurezza.

Approvato il pacchetto sicurezza
Il Consiglio dei ministri ha approvato il pacchetto sicurezza, composto da un decreto legge e da un disegno di legge, con misure per la lotta alla criminalità organizzata, per la sicurezza urbana, per quella nelle manifestazioni sportive e per il rafforzamento dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla mafia. Il governo ha «espresso un plauso al ministro Maroni» per il suo impegno sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata. Lo ha detto Silvio Berlusconi in una conferenza stampa a palazzo Chigi per illustrare le nuove misure.

Foglio di via per le prostitute in strada
Ampio il capitolo della sicurezza urbana messo a punto, con un giro di vite contro la prostituzione in strada e l’accattonaggio. Sarà applicata la misura del foglio di via per chi esercita la prostituzione su strada violando le ordinanze dei sindaci in materia. Il prefetto disporrà del concorso delle forze di polizia per assicurare l’attuazione delle ordinanze in materia di sicurezza urbana. In questo modo, ha spiegato Maroni, «si rafforza il ruolo dei sindaci: le ordinanze comunali, infatti, si sono spesso rivelate poco efficaci perchè non c’era collegamento con le forze di polizia che dovevano attuarle. Si aumenterà così il livello di sicurezza nelle città».

Immigrazione, espulsione anche per i comunitari non in regola
I cittadini dell’Unione europea che soggiornano nel nostro paese oltre i 90 giorni senza avere i requisiti previsti dalla normativa europea, potranno essere espulsi per motivi di ordine pubblico esattamente come avviene nei confronti degli extracomunitari. Lo ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni, sottolineando che il provvedimento si trova nel disegno di legge che, assieme ad un decreto legge, compone il nuovo pacchetto sicurezza. «C’è una norma europea - ha spiegato il ministro - la 38 del 2004, che prevede che se un cittadino dell’Unione europea vuole risiedere stabilmente in un paese oltre i 90 giorni deve rispondere a determinati requisiti e cioè avere un lavoro, un reddito e un’idonea abitazione. La violazione non è oggi sanzionata e dunque noi introduciamo una sanzione che è l’invito ad allontanarsi» per il cittadino comunitario. Se questo invito non viene rispettato, ha aggiunto Maroni, «è prevista l’espulsione del cittadino comunitario per motivi di ordine pubblico».

La Stampa 5/11/2010

venerdì 11 giugno 2010

UN' ANALISI DEL PIANO PER L’INTEGRAZIONE NELLA SICUREZZA


La strategia del Governo sull'immigrazione.
Venti paginette scarse, in cui non si parla assolutamente di diritti di cittadinanza, ma lo straniero viene visto come una presenza scomoda ma inevitabile. Il ruolo dello Stato è quello di controllare e regolamentare. E basta.
Un documento in cui le politiche di integrazione sono latitanti, tutto incentrato sul concetto del “noi e loro”.
Abbiamo provato a fare delle piccole note.

NB.
in corsivo le parti commentate
in grassetto il nostro commento
Ministero del Lavoro
Ministero dell’Interno
Ministero dell’Istruzione e delle Politiche Sociali dell’Università e della Ricerca

PIANO PER L’INTEGRAZIONE NELLA SICUREZZA
IDENTITÀ E INCONTRO

Con il presente documento si intende riassumere la strategia che il Governo, nella sua collegialità, vuole perseguire in materia di politiche per l’integrazione per le persone immigrate, coniugando accoglienza e sicurezza. Il Piano, alla luce del Libro bianco sul futuro del modello sociale promosso dal Governo lo scorso anno, individua le principali linee di azione e gli strumenti da adottare al fine di promuovere un efficace percorso di integrazione, nel rispetto delle prerogative e delle competenze dei diversi attori istituzionali interessati, nonché delle procedure previste a legislazione vigente. Il Piano si accompagna all’Accordo di integrazione, principale strumento operativo previsto dal recente “Pacchetto sicurezza”.
Come inizio non è male, soprattutto per il rimando al “Pacchetto sicurezza”, una legge che ha ben poco a che fare con l'integrazione e l'accoglienza.

LA PRESENZA STRANIERA IN ITALIA: IL QUADRO DI RIFERIMENTO
Le migrazioni dei popoli caratterizzano la storia dell’umanità fin dalla sua origine. Nell’età contemporanea, a causa degli straordinari progressi in campo tecnologico e della crescente instabilità sociale ed economica, si registrano flussi migratori sempre più robusti e difficilmente comprimibili. Anche l’Italia ha seguito queste tendenze globali e nell’ultimo decennio è divenuta paese di ingenti pressioni migratorie che ne stanno condizionando profondamente l’assetto sociale.
L’Italia, con la Spagna, nell’ultimo decennio ha visto tra i paesi dell’UE-15 i maggiori tassi di crescita di popolazione straniera che è raddoppiata fino a raggiungere oltre l’8% della popolazione per più di 5 milioni di presenze. La pressione migratoria proviene da un numero ridotto di Paesi. In Italia, infatti, risiedono cittadini di oltre 150 diversi Paesi ma di questi solo dodici superano le 100mila unità e le prime venti nazionalità raggruppano oltre 4 milioni di stranieri: un milione di immigrati dalla Romania, circa 500mila rispettivamente dall’Albania e dal Marocco, mentre quelli provenienti dalla Cina e dall’Ucraina sono rispettivamente nell’ordine di 200mila. La metà dunque degli stranieri presenti in Italia proviene unicamente da questi cinque Paesi. Ma leggendo il dato da un’altra angolazione, rileviamo altresì come la metà degli stranieri provenga dall’Est Europa, da Paesi dunque che fanno già parte dell’Unione europea o che vi entreranno in futuro.
La popolazione immigrata si concentra dove ha più possibilità di trovare lavoro, prevalentemente nel Nord e nel Centro Italia – 85% delle presenze – e nei grandi centri urbani, dove stanno crescendo quartieri ad alta concentrazione di stranieri. Ai lavoratori immigrati sono legati indici di attività e di occupazione più alti rispetto a quelli degli italiani, ma anche maggiori tassi di disoccupazione. Gli stranieri sono impiegati prevalentemente in settori a bassa qualificazione e remunerazione come l’edilizia, l’agricoltura, il turismo e i servizi di cura. Si registra poi un ingente flusso di rimesse verso i Paesi di origine, quantificato da Banca d’Italia intorno ai 6 miliardi di euro nel 2008, che evidenzia la forte interdipendenza tra gli immigrati e le comunità di origine e che sorprendentemente non diminuisce con la stabilizzazione in Italia dello straniero.
Ci si stupisce che gli stranieri continuino a spedire soldi in patria, anche se sono stabilmente residenti in Italia. Come se nel paese d'origine non avessero più familiari a cui provvedere. Questa visione evidenzia una scarsa conoscenza del fenomeno migratorio da parte dei redattori, si ignora che spesso il progetto migratorio non e individuale, ma concordato e pianificato con la famiglia, che spesso investe sul proprio componente più forte ed attivo per permettergli di emigrare nella prospettiva di rafforzare tutto il clan famigliare.

Il 75% della popolazione straniera abita in affitto, specialmente in condizioni di sovraffollamento e con una presenza crescente negli alloggi di edilizia residenziale pubblica. Questo ultima notazione si accompagna all’ingresso sempre più robusto della popolazione immigrata nel circuito delle politiche sociali locali per quanto riguarda i servizi essenziali come l’alloggio, l’assistenza socio-sanitario-assistenziale, i servizi per i minori e il sostegno al reddito.
Per quanto riguarda, infine, i minori stranieri, nell’ultimo decennio sono aumentati di circa 600mila unità, vedendo decuplicati gli iscritti alle scuole e ponendo all’attenzione pubblica il cosiddetto fenomeno delle seconde generazioni.
Se da un lato dovremo affrontare flussi migratori sempre più robusti, dall’altro questi ultimi saranno maggiormente rotatori e con periodi di migrazione tendenzialmente contratti. La crescita di quelli che sono oggi Paesi in via di sviluppo richiamerà in patria i migranti con possibilità di vita ed investimento oggi impossibili. La sfida che ci attende è dunque di costruire un sistema nel quale percorsi di inclusione nella nostra società e di rientro nel Paese di origine si consolidino di pari passo.
L'immigrazione è vista come un percorso individuale a termine, con la certezza (o la speranza?) che lo straniero tornerà sicuramente in patria. Quindi piuttosto che investire per migliorare le condizioni di vita qui in Italia, meglio predisporre percorsi di rientro. Se poi uno straniero mette su famiglia, compra casa, ha dei figli, poco importa, tanto prima o poi se ne tornerà a casa. Volente o nolente.

A capo quanto riportato sottolinea come la gestione del fenomeno si componga di tre principali ambiti di azione: gli aiuti diretti allo sviluppo dei Paesi di origine, la regolamentazione dei flussi di ingresso e le politiche di integrazione sul territorio.

IL MODELLO ITALIANO: IDENTITA’ E INCONTRO
Cioè: noi abbiamo la nostra identità e lo straniero deve incontrarla per forza

La complessità e la dimensione dei fenomeni migratori che stanno interessando l’Italia richiedono l’urgente definizione di una chiara cornice culturale entro cui condurre in sicurezza il delicato processo di integrazione cui siamo chiamati.
Un altro richiamo alla sicurezza, l'ossessione del Governo in materia di immigrazione.

Ogni azione politica e legislativa deve infatti essere coerente con una visione di fondo che attiene innanzitutto alla dimensione antropologica e quindi sociale.
Non possiamo eludere la sfida epocale che le migrazioni ci pongono di fronte. I talenti e la creatività delle persone che giungono in Italia devono trovare terreno fertile per una loro piena valorizzazione nei processi economici e sociali ma, al tempo stesso, non possiamo permettere che le diverse tradizioni e culture di provenienza entrino in collisione con il nostro assetto valoriale.
Cioè: qui comandiamo noi con le nostre regole e valori, guai a chi ci mette in discussione o dissente.

Integrazione e sicurezza, accoglienza e legalità entrano in gioco come facce della stessa medaglia, in quanto l’incontro non è mai in astratto tra culture, ma sempre tra persone. Ed esso non è possibile senza ordine e garanzia delle basilari regole di convivenza che si traducono in politiche di accoglienza definite. Solo in questa ottica è possibile, dunque, sviluppare percorsi di integrazione fatti di diritti e doveri, di responsabilità e opportunità, che siano accompagnati e corretti strada facendo.
Identità, incontro ed educazione sono le parole chiave di un “modello italiano” di integrazione.
Ma è mai esistito davvero un modello italiano di integrazione?

Diffidiamo, dunque, dell’approccio culturale per cui il confronto avvenga tra categorie sociali, etniche o religiose, tagliando fuori, in modo ideologico, la responsabilità di ciascuno nell’essere protagonista dell’incontro con l’altro.
Il presupposto di ogni interazione è la capacità di comunicare se stessi, di trasmettere la propria identità. L’Italia, per storia e posizionamento geografico, è da sempre terra di incontro tra culture e tradizioni differenti che hanno saputo mantenersi – salvo poche e brevi eccezioni – in un equilibrio di rispetto e di pace. Per costruire una convivenza civile stabile, in un contesto di crescente pressione sociale, non possiamo non riscoprirne nel nostro passato le condizioni essenziali, rivitalizzandone le radici. L’identità del nostro popolo è stata plasmata dalle tradizioni greco-romana e giudaico-cristiana, che unendosi in maniera originale hanno saputo fare dell’Italia un Paese solidale nel proprio interno e capace di ospitalità e gratuità rispetto a chiunque arrivi dentro i suoi confini. Il rispetto della vita, la centralità della persona, la capacità del dono, il valore della famiglia, del lavoro e della comunità: questi sono i pilastri della nostra civiltà, traendo origine e linfa vitale direttamente da quella apertura verso l’altro e verso l’oltre che ci caratterizza.
Ancora una volta si rimarca l'identità giudaico-cristiana, in modo da sbarrare subito ogno possibile visione aconfessioniale, laica o peggio ancora mussulmana. Risulta ridicolo e ipocrita il rimando al rispetto della vita da chi, proprio nel “Pacchetto sicurezza” ha decretato il rimpatrio dei migranti nel deserto della Libia. (Inoltre quando si parla di capacità del dono, i redattori facevano riferimento ad Anemone, Tarantini e soci).

Nella Costituzione si trova la sintesi formale di questo comune sentire popolare come risultato della convergenza di diverse tradizioni politiche su una visione condivisa di persona e società.
L’assunto di tale visione, che vogliamo definire dell’Identità Aperta, (per quanto ci sforziamo, non riusciamo proprio a capire il senso di questa0 Identità Aperta) è la consapevolezza di un livello elementare di esperienza comune a tutti gli uomini, che abbatte gli steccati delle ideologie ed è premessa per un incontro sincero e per una accoglienza all’interno dell’alveo tramandato dai nostri padri. Si tratta, dunque, di una lettura dell’umana vicenda che supera, da un lato, l’impostazione multiculturalista (per la quale le differenti culture per convivere debbono rimanere giustapposte e perfettamente divise), e, dall’altro, la matrice assimilazionista (che mira alla neutralizzazione delle tradizioni presenti in un ambito sociale a vantaggio di quella che ospita le altre). Entrambe le visioni, frutto di un pensiero relativista che di fatto ritiene impossibile l’incontro, portano a una ghettizzazione perfetta, inesorabile premessa del conflitto sociale come già verificato in molti altri Paesi.
Tralasciando la retorica “dell'alveo tramandato dai nostri padri”, si dispensano critiche al multiculturalismo ed al pensiero relativista (per compiacere il Vaticano?), e si fa leva sul rischio di conflitto sociale generato dalla ghettizzazione, proprio quello che sta producendo il “Pacchetto sicurezza”.

Ciascun immigrato arriva in Italia sperando in una vita migliore rispetto alla condizioni di provenienza (povertà, instabilità politica o guerra). Fatte salve le tutele e le garanzie previste per i richiedenti asilo politico in senso stretto, in una visione che superi le opposte posizioni dell’ostilità fondata sulla paura e dell’accoglienza disordinata, è opportuno offrire strumenti differenziati in relazione ai diversi progetti. C’è chi vuole tornare in patria dopo avere imparato un lavoro o accumulato risparmi. C’è chi desidera invece fermarsi in Italia come tappa per una ulteriore migrazione. E c’è anche chi spera di poter rimanere definitivamente da noi.
Qui emerge la totale ignoranza sul fenomeno migratorio. Gli immigrati che hanno intenzione di fermarsi in Italia stabilmente sono la netta maggioranza (i ricongiungimenti familiari ne sono la prova inequivocabile).

Proprio in considerazione di queste tre fattispecie è indispensabile ricorrere a una programmazione dei flussi di accesso, al fine di passare da una immigrazione subita ad una programmata. E’ infatti nel disordine che si produce deresponsabilizzazione dell’immigrato e chiusura nella comunità di accoglienza. Una prospettiva di questo tipo può prevedere percorsi apparentemente aspri, bisognosi di grande determinazione e perseveranza. In questo senso diventa intollerabile il concetto stesso di clandestinità, perché essa – in quanto condizione oggettivamente sleale e squilibrata rispetto alle norme della convivenza - vanifica anche le tante iniziative di buona integrazione che nascono dal territorio.
Qui ritorna l'incubo del clandestino che va represso anche aspramente con determinazione e perseveranza. Perchè secondo il Governo è il clandestino che produce disordine. Nella realtà è proprio il disordine e la follia del “pacchetto sicurezza” che genera disordine ed insicurezza.

Il modello di Identità Aperta si basa sul metodo della possibilità di un incontro autentico fondato sulla conoscenza e sul rispetto di ciò che siamo, ricambiato con la naturale curiosità per l’altrui cultura e tradizione. Se l’integrazione vera richiede una relazione reciproca, il centro di tutto è ancora una volta la persona e non lo Stato. Per questo il nostro modello è prettamente sussidiario.
L'immigrazione è problema a cui lo Stato si sottrae, le politiche di accoglienza e integrazione non sono un suo compito. Lo Stato deve solo controllare, regolamentare e reprimere.

Nelle società occidentali spesso predomina la tendenza a considerare lo Stato come primo interlocutore di questi processi: tuttavia l’accoglienza e l’interscambio possono avere luogo solamente laddove c’è un soggetto vivo, con una identità propria, che li propone e li porta avanti, di fronte ad altri soggetti ugualmente vivi. Lo Stato deve essere soprattutto al servizio di questi soggetti. Le misure politiche devono offrire il quadro normativo e preventivo che favorisca l’interazione. Il soggetto adeguato che rende possibile l’interazione necessaria all’integrazione è il popolo, una esperienza umana viva, con la sua tradizione, la sua cultura e i suoi valori. Il popolo italiano serba nei suoi tratti costitutivi tutto il potenziale umano indispensabile per esserne protagonista. Ciò di cui abbiamo bisogno sono quindi persone e operatori sociali che non temano l’umanità degli altri e che siano coscienti di portare in sé qualcosa capace di sostenere la sfida delle aspettative e delle esigenze di tutti gli altri in quanto uomini, al di sopra delle determinazioni culturali particolari. Da questo punto di vista è possibile parlare di amicizia e fratellanza umane in maniera non retorica.
Ciascuna persona è chiamata ad accettare la sfida dell’incontro nel contesto sociale dove vive e lavora. Ognuno dunque è responsabile e protagonista nel processo di trasformazione che sta attraversando la nostra società. Ma oltre alla responsabilità personale, gioca un ruolo fondamentale il servizio che la libera iniziativa comunitaria, sia di italiani sia di immigrati, fa alla riuscita dell’integrazione.
Infine, ciò che sostiene la peculiarità del modello italiano è il suo fondarsi su una dimensione educativa. Italiani e immigrati realisticamente possono affrontare l’avventura dell’incontro reciproco solo se vengono ambedue educati all’apertura all’altro in quanto valore assoluto. Questo compito necessita dell’impegno anzitutto dei luoghi tradizionalmente deputati alla formazione (famiglia, scuola, associazionismo), dove anche il rispetto delle regole venga vissuto in maniera non formale ma come espressione pratica del bene comune.

I CINQUE ASSI DELL’INTEGRAZIONE
Il successo di un percorso di integrazione si sviluppa prioritariamente su cinque assi dove si dipana la vita di chi migra. Data la centralità della persona con la sua libertà responsabile e della famiglia con la sua funzione educativa quali elementi essenziali di integrazione, le condizioni che potremmo definire prioritarie per rendere possibile l’incontro sono l’apprendimento della lingua italiana e dei valori costituzionali su cui si fonda il nostro Paese. La scuola per i minori e il lavoro per gli adulti sono pertanto i luoghi dove questi vengono veicolati in modo preminente. Ma senza l’accesso alla casa e ai servizi essenziali tutto ciò non sarebbe sufficiente per determinare un inserimento completo dell’immigrato nella vita della nostra società.
Trasversalmente a quanto detto, sottolineiamo infine il ruolo della donna come motore dell’integrazione. L’inclusione sociale delle donne straniere è certamente la cartina tornasole del grado di integrazione raggiunto da una società. Pensiamo pertanto alle donne quale primo target da raggiungere per veicolare i percorsi di integrazione di seguito riportati.

ASSE I – EDUCAZIONE E APPRENDIMENTO: DALLA LINGUA AI VALORI
La scuola come luogo primario di integrazione
Il fenomeno della elevata presenza di alunni stranieri, in particolare della loro concentrazione in alcuni territori e in alcune scuole o classi, richiede nuove regole e strategie per una integrazione piena e che non penalizzi gli alunni italiani. E’ necessario evitare la formazione di classi ad eccessiva concentrazione di stranieri: va in questa direzione l’indicazione di un tetto del 30% di alunni stranieri posto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per le scuole dell’obbligo.
Perchè la priorità non è la qualità dell'istruzione, il formare nuovi cittadini, investire sul futuro dei nostri figli, indipendentemente dal passaporto che hanno, ma il “non penalizzare gli alunni italiani” secondo un modello già in auge nel Sudafrica dell'Apartheid.

L’integrazione può attuarsi solo a partire dall’acquisizione della capacità di capire e di essere capiti, dalla padronanza efficace e approfondita dell’italiano considerato come seconda lingua ovvero come mezzo di contatto interpersonale. Il Piano nazionale per l’apprendimento e insegnamento dell’italiano L2 nelle scuole, promosso dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, intende dare risposta ai bisogni comunicativi e linguistici degli alunni stranieri giunti in Italia da meno di due anni, inseriti in scuole di diverso ordine e grado e rilevati direttamente dai docenti e dai dirigenti scolastici. Si può stimare che la presenza di alunni stranieri che esprime bisogni di questo tipo sia pari a circa il 20% del numero totale di alunni con cittadinanza non italiana (nell’anno scolastico 2009/2010 il numero totale è di circa 700.000). Essi sono inseriti, in particolare, nelle scuole secondarie di primo e secondo grado - con una forte concentrazione negli istituti tecnici e professionali dove sono iscritti l’80% degli allievi stranieri - e nelle località e regioni evidenziate dall’annuale rapporto statistico realizzato dal Ministero promotore del Piano. Sono questi dunque i criteri con cui dovranno essere indirizzate le risorse del fondo appositamente creato.
Si tratta di un intervento integrato dal momento che accompagna l’inserimento scolastico degli alunni stranieri nella classe ordinaria di pertinenza e che occupa solo una parte del monte-ore scolastico. L’alunno segue il programma della classe di inserimento per una parte della giornata e frequenta il modulo di italiano L2 durante le ore in cui è previsto nella classe l’insegnamento di discipline a carattere prevalentemente verbale. Il Piano è articolato per fasi e per moduli all’interno di tutto l’anno solare, contemplando la possibilità di precorsi, corsi di recupero pomeridiani e corsi estivi a seconda del livello di partenza dell’alunno. L’intervento linguistico è inoltre “a scalare”, più intensivo nella prima fase e meno nelle seguenti, e, in questi anni, sono stati elaborati, diffusi e sperimentati numerosi strumenti didattici per età, livello e classe di inserimento diverse.
Nella scuola dell’autonomia, la dirigenza e il corpo docente devono essere sostenuti e formati adeguatamente per affrontare questi nuovi contesti multiculturali e a forte complessità. Si rende pertanto indispensabile un adeguato piano di formazione, in presenza e on-line, per accrescere specifiche competenze didattiche e gestionali nelle scuole ad alta concentrazione di alunni stranieri.
Al di là del livello di conoscenza linguistica degli studenti immigrati, è utile realizzare programmi didattici, attività para ed extra scolastiche con il contributo dei diversi soggetti comunitari, legate soprattutto alla musica e allo sport, che valorizzino i loro talenti e le loro tradizioni, soprattutto nei primi anni di scuola affinché la vita familiare non sia in contrapposizione con quella sociale.

La formazione linguistica
L’istituto delle 150 ore di formazione riservate al lavoratore dalla contrattazione collettiva ai fini di studio, formazione, riqualificazione e aggiornamento professionale, potrebbe utilmente essere rivitalizzato e adeguato alle trasformazioni che il mercato del lavoro italiano ha subito negli ultimi anni con l’arrivo di forza lavoro immigrata. Corsi per una nuova alfabetizzazione potranno essere organizzati anche secondo l’approccio bilaterale perseguito con la costituzione dei fondi interprofessionali e realizzati presso sedi pubbliche o private accreditate dalle Regioni.
Con particolare riferimento alle donne immigrate e in linea con quanto già intrapreso dal Ministero dell’Interno, vanno promossi programmi televisivi quotidiani in specifiche fasce orarie per migliorare la conoscenza e l'uso della lingua italiana e per avvicinare gli stranieri residenti in Italia alla nostra cultura. Soprattutto le donne, infatti, a causa di fattori culturali propri di alcune nazionalità e della loro prolungata permanenza in casa, hanno meno occasioni per confrontarsi con cittadini italiani e apprendere la lingua.

Valori ed educazione civica
La conoscenza e il rispetto della nostra Carta costituzionale e dei valori in essa contenuti sono alla base del percorso di integrazione. A questo si aggiunge la conoscenza della nostra vita civile e il rispetto delle leggi che nascono dallo stesso impianto costituzionale. Si tratta di definire la cornice entro la quale realizzare l’inclusione e l’accoglienza per chi proviene da tradizioni e modi di convivenza differenti dai nostri: una proposta chiara aiuta l’integrazione, una proposta confusa genera solo smarrimento e illegalità. E’ importante dunque che i valori costituzionali, i prioritari obblighi di legge, i nostri usi e costumi e i servizi per l’integrazione messi in campo a livello nazionale, e soprattutto locale, vengano resi noti all’immigrato nei primi mesi di permanenza in Italia.
La priorità quindi non è inserire lo straniero in un contesto accogliente e sicuro, bensì obbligarlo subito ad accettare un modello culturale non suo, prima ancora che si sia reso conto di dove si trova.

Lo Stato innanzitutto deve garantire momenti di formazione e informazione riguardo al proprio assetto istituzionale. Molti sono i luoghi dove ciò si può realizzare: dagli sportelli unici e dagli uffici per l’immigrazione delle questure alle scuole, dagli ospedali ai centri di assistenza socio-sanitari-assistenziali, dalle parrocchie alle sedi territoriali del Ministero del lavoro, dell’Inps e dell’Inail, dalle grandi aziende ai sindacati, dai caaf ai patronati, fino alle associazioni di immigrati e in generale a tutto il terzo settore.
Qui emerge bene la filosofia sull'immigrazione del Governo. Per fornire informazioni sulla società italiana, il primo soggetto individuato sono le Questure, cioè la Polizia, in ultimo le associazioni del terzo settore che si occupano degli interventi socio-assistenziali per gli stranieri.

Si tratti di ambiti con cui ciascun immigrato viene a contatto e dove può essere accompagnato, in un incontro umano, per crescere nella consapevolezza dei suoi diritti e doveri come residente in Italia.

ASSE II - LAVORO
Lavoro e programmazione dei flussi
Per evitare che l’ingresso incontrollato di manodopera straniera produca situazioni di surplus di una offerta di lavoro poco o nulla qualificata e a basso costo, come tale funzionale all’espansione di circuiti economici “sommersi” quando non addirittura criminali, diventa essenziale una corretta e trasparente programmazione dei flussi annuali d’ingresso di lavoratori stranieri.
La programmazione dei flussi deve essere coerente con le rilevazioni dei fabbisogni di manodopera nei mercati locali del lavoro e compatibile con le effettive capacità di assorbimento nel tessuto sociale e produttivo del Paese. Pertanto essa deve essere guidata dalla domanda interna proveniente dal sistema delle imprese e delle famiglie piuttosto che essere effetto della pressione migratoria dall’esterno.
In questo quadro risulta necessario sviluppare, con una appropriata strumentazione, una effettiva capacità previsionale che dia conto, da un lato, dei fabbisogni professionali nel breve e nel medio termine e, dall’altro lato, della opportunità di soddisfare il fabbisogno con lo stock di lavoratori già presenti sul territorio al fine di evitare la creazione di sacche di disoccupazione e marginalità sociale.
In questa direzione si muovono anche le linee guida per la formazione nel 2010 frutto della intesa tra Governo, Regioni e parti sociali, che si sono impegnati ad effettuare periodicamente rilevazioni miste, prevalentemente qualitative, sui fabbisogni di breve termine, a livello territoriale e settoriale, da integrare con le macro tendenze di lungo periodo elaborate a livello nazionale e internazionale. Questo al fine di rendere visibili i bacini di occupazione nascosta, ma anche e soprattutto per fornire precise indicazioni circa le conoscenze, abilità e competenze che è necessario promuovere per una qualificata ed effettiva integrazione delle persone nel nostro mercato del lavoro.
Questa strumentazione previsionale deve inoltre integrarsi con meccanismi di monitoraggio che consentano la tracciabilità dei percorsi lavorativi dei cittadini stranieri entrati nei flussi. Si tratta di un traguardo da raggiungere in breve tempo attraverso una maggior cooperazione tra le istituzioni e gli enti nazionali, il coinvolgimento delle Regioni e degli Enti locali, la partecipazione attiva delle associazioni imprenditoriali e di categoria, delle agenzie di intermediazione e di tutte le parti sociali. Già oggi le informazioni contenute nelle comunicazioni obbligatorie legate ai movimenti del mercato del lavoro integrate con il monitoraggio degli ammortizzatori in deroga hanno consentito di ridurre positivamente l’impatto della crisi anche per i lavoratori stranieri, grazie all’estensione degli strumenti di protezione del reddito a tutti i settori produttivi e a tutte le tipologie di lavoro dipendente.
In realtà il processo di integrazione può e deve iniziare già nei Paesi di origine promuovendo una adeguata informazione e formazione per le persone che intendano migrare nel nostro Paese ed efficaci servizi di selezione, orientamento ed accompagnamento al lavoro. La formazione nei Paesi di origine rappresenta uno strumento di indubbia validità nel momento in cui i cittadini stranieri sono messi in condizione di apprendere, sia pure ad un livello basico, la lingua italiana e gli elementi essenziali dell’educazione civica. Ciò significa che, nel momento in cui costoro vengono a lavorare in Italia, possono essere significativamente ridotti sia i rischi negli ambienti di lavoro sia i rischi sociali derivanti dalla mancanza di conoscenza dei valori fondanti della nostra società. In particolare, per quanto riguarda la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro gli infortuni delle persone straniere dipendono, oltre che da una ridotta cultura della sicurezza del lavoro, da un insufficiente livello di comprensione delle informazioni e delle disposizioni impartite nei luoghi di lavoro per la incolumità delle persone.
Il meccanismo della formazione nei Paesi di origine - i cosiddetti titoli di prelazione - è oggi inefficace. Un’azione pubblica deve condurre ad una effettiva possibilità per le imprese e gli intermediari autorizzati di poter sviluppare le opportune forme di selezione e reclutamento sulla base di liste di lavoratori disponibili e formati, inseriti in percorsi che possano, nel caso di personale altamente qualificato, essere perfezionati e conclusi in Italia, intrecciando gli istituti normativi e le misure di politica attiva del lavoro attualmente disponibili, a partire dall’apprendistato e dal tirocinio formativo.
La formazione, la selezione e il reclutamento dei lavoratori già nel Paese d’origine sono anche una grande possibilità per la cooperazione internazionale tra le associazioni di rappresentanza datoriali e sindacali e per lo sviluppo di specifiche competenze e funzioni di integrazione sociale e nel lavoro degli stranieri nell’ambito della bilateralità. Il fabbisogno di un determinato settore e le competenze richieste per operare sul campo in modo sicuro e qualificato sono conosciuti, innanzitutto, da chi lavora quotidianamente in quell’ambito. Proprio per questo il rapporto tra associazioni ed enti bilaterali di Stati diversi può essere un canale solido e affidabile per segnalare le esigenze di manodopera, individuare i lavoratori idonei e formarli secondo le competenze richieste dal Paese di destinazione.
In questa prospettiva, la relazione e la cooperazione con specifiche comunità all’estero che esprimano interesse e capacità progettuali, con le quali sviluppare un dialogo continuativo ed aperto all’integrazione ed alla circolarità dell’immigrazione, rappresentano un modello da privilegiare ed implementare.
Affinché l’investimento effettuato, pubblico e privato, si riveli realmente conveniente si potrebbe svincolare l’ingresso dei lavoratori adeguatamente formati all’estero dal sistema delle quote consentendone l’accesso al mercato del lavoro italiano in qualsiasi momento al pari delle categorie professionali a cui è consentito l’ingresso fuori quota. Si rende di conseguenza opportuna una semplificazione degli adempimenti procedurali al fine di garantire che la risposta al fabbisogno espresso dal sistema produttivo possa essere fornita in tempi coerenti e certi.

Lavoro e qualificazione professionale
Occupare una regolare posizione lavorativa per il cittadino straniero significa ottenere status e reddito che conferiscano riconoscibilità sociale e rappresentino un fattore di legittimazione della presenza in Italia, facilitando e moltiplicando le occasioni di scambio con la comunità locale di riferimento.
Un passo indispensabile nel percorso di integrazione diviene oggi lo sviluppo di un sistema di riconoscimento e certificazione delle competenze professionali che consenta anche al lavoratore straniero di posizionarsi sul mercato del lavoro e progettare con più chiarezza il proprio percorso di crescita e valorizzazione – personale oltre che professionale – anche in funzione del suo possibile rientro al Paese di origine. In questa prospettiva, le politiche attive del lavoro e la rete dei servizi per il lavoro, pubblici e privati, autorizzati e accreditati, svolgono una funzione rilevante, se non decisiva, nei processi di integrazione sociale.
La temporaneità dei permessi di soggiorno per lavoro va coniugata più strettamente con le politiche attive e gli strumenti di reimpiego dei lavoratori al fine di scongiurare la dispersione dei lavoratori stranieri nel lavoro irregolare alimentando la catena dello sfruttamento della manodopera immigrata. Ciò richiede il potenziamento del raccordo e della cooperazione tra i servizi per l’impiego e la filiera dei servizi territoriali che interviene nella gestione dei permessi, anche attraverso un sistema di convenzioni che da un lato consenta una semplificazione delle procedure e dall’altro valorizzi appieno il ruolo e la funzione che la legge Biagi ha assegnato agli operatori del mercato del lavoro, autorizzati o accreditati, al fine di contrastare la presenza di intermediari che operano in contrasto alla legge e in funzione dello sfruttamento della manodopera (caporali e capocottimisti).
Anche in questo caso, e nell’ambito delle potenzialità della legge Biagi che sul punto appaiono ancora largamente inespresse, la costruzione di coordinate reti associative e/o bilaterali può essere l’occasione perché la certificazione delle competenze del lavoratore immigrato e il suo inserimento nel mercato possano essere effettuate dalle associazioni stesse, in forza della loro esperienza nel contesto lavorativo concreto, come recentemente ipotizzato da Governo, Regioni e parti sociali nelle linee guida sulla formazione per il 2010.
Gli stili di vita e lavorativi, la difficoltà di relazione con i servizi pubblici e l’elevata mobilità territoriale di una parte consistente di lavoratori stranieri limitano, spesso, l’efficacia dei servizi locali per l’impiego particolarmente nei processi di reinserimento al lavoro. Per dare maggiore efficacia alle politiche attive del lavoro a sostegno della popolazione immigrata è pertanto necessario potenziare l’informazione sulle opportunità occupazionali, riqualificare la rete pubblica e privata dei servizi al lavoro prevedendo specifiche azioni di orientamento e la presenza di mediatori linguistici e culturali, potenziare il raccordo con le reti associative e di rappresentanza e con la bilateralità per aumentare l’occupabilità e correggere la discontinuità del mercato del lavoro.
Formazione nei Paesi di origine, accoglienza e orientamento al lavoro, formazione alla cittadinanza, certificazione delle competenze, riqualificazione professionale, rappresentano le tappe del percorso di integrazione socio-lavorativa per la persona, la famiglia e la comunità che richiede la convergenza degli interventi nazionali, delle Regioni e degli Enti locali, all’interno di una prospettiva di valorizzazione delle potenzialità della persona in relazione dialogante con i valori ed il sistema dei diritti e dei doveri che caratterizzano il nostro Paese.
Il contrasto allo sfruttamento della manodopera immigrata va condotto anche attraverso opportuni accordi in sede di contrattazione collettiva, operando soprattutto a livello territoriale e aziendale, e con l’uso esteso dei buoni lavoro come strumento di flessibilità ma anche di salvaguardia dei lavoratori immigrati, in particolare nel settore del lavoro domestico e dell’assistenza alla persona nel quale più forte è la pressione alla irregolarità e debole la capacità negoziale dei lavoratori. Il buono prepagato – disciplinato dalle legge Biagi ma previsto in molti altri Paesi europei – consente di far emergere agevolmente importanti spezzoni di lavoro sommerso, la cui regolarizzazione garantisce tutele previdenziali, assicurative e retributive ai lavoratori e oneri ridotti per i beneficiari della prestazione lavorativa. Con il buono lavoro possono finalmente emergere nominativi di lavoratori e di datori di lavoro fino ad allora sommersi, ponendo le premesse per la tracciabilità dei successivi comportamenti.
Bilateralità e cooperazione
Gli enti bilaterali possono rappresentare in sussidiarietà un affidabile complemento delle funzioni pubbliche con riferimento al collocamento e alla formazione, al governo dei flussi migratori stagionali, alla gestione dei voucher, alla salute e sicurezza nel lavoro, alla stessa integrazione del reddito nei periodi di inattività. Si tratta di sostituire intermediari inefficienti, quando non criminali, con sobrie e concrete attività di mediazione sociale non profittevole garantite dalla rappresentatività degli attori sociali. Gli enti bilaterali possono fornire anche utili elementi conoscitivi in ordine ai fenomeni di maggiore criticità presenti sul territorio, dando così agli enti pubblici competenti elementi utili per programmare e gestire in modo più puntuale le diverse tipologie di intervento.
Anche le grandi organizzazioni rappresentative della cooperazione italiana possono svolgere una significativa funzione ai fini della emersione del lavoro irregolare degli immigrati, non soltanto per la loro capacità diffusa di monitorare e segnalare le forme di cooperazione spuria ma anche per la loro capacità di promuovere modelli di cooperazione in grado di organizzare in termini trasparenti le attività lavorative che, in modo dipendente o autonomo, prestano servizi di cura e assistenza familiare. Come in passato la cooperazione ha consentito l’emersione e lo sviluppo di attività tradizionalmente irregolari, tra cui il facchinaggio, così oggi essa può concorrere alla diffusione organizzata dei nidi familiari o alla regolarizzazione e qualificazione delle cosiddette “badanti”.

Imprenditorialità
I lavoratori stranieri presenti sul nostro territorio esprimono una elevata propensione alla creazione di impresa contribuendo attivamente alla crescita economica ed al benessere dei cittadini. Ciò costituisce un segnale importante di integrazione, fornendo un esempio ed una prospettiva di crescita per le seconde generazioni nella condivisione del nostro modello aperto di accoglienza e sviluppo.
L’impresa rappresenta un pilastro per l’occupazione e la crescita, va aiutata al nascere e sostenuta nel suo sviluppo soprattutto grazie a un quadro regolatorio del lavoro meno formalistico, semplice e adattabile. Accanto alle politiche per il lavoro, il sistema bancario ed assicurativo, le associazioni imprenditoriali e di categoria sono chiamate ad una attenzione specifica nel promuovere e sostenere questa imprenditorialità giovane e spesso impreparata alla complessità ed alle asperità della globalizzazione. Le storie di successo di alcuni individui sostengono certamente i molti che iniziano il duro percorso di integrazione. Altrettanto rilevante è il sostegno all’imprenditorialità nei Paesi di origine, sia per prevenire decisioni migratorie sia per facilitare laddove sia possibile un pronto rientro in patria.

Lavoro e previdenza
L’accoglienza nell’ordine e nel dialogo si esprime anche nell’accompagnamento al rientro in patria. Analizzando i dati sulle rimesse, in futuro aumenterà il numero di coloro che acquisita una esperienza significativa di vita e lavoro nel nostro Paese si orienteranno al ritorno nei loro Paese di origine. E’ dunque opportuno allargare l’offerta di servizi e misure di accompagnamento con il coinvolgimento ampio delle associazioni imprenditoriali, dei gruppi bancari e assicurativi e degli operatori ONG operanti all’estero. Sempre nell’ottica di sostenere ed accompagnare percorsi di rientro, sarà importante sviluppare accordi con i Paesi di origine per permettere una riscossione certa e completa dei contributi previdenziali versati in Italia dal lavoratore immigrato che desidera tornare in patria.
Emerge la paura che gli stranieri si stabiliscano definitivamente in Italia, anche dopo l'attività lavorativa e che si debba pagare loro pensione ed assistenza sanitaria. Perciò la priorità è quella di organizzare e promuovere il rimpatri dello straniero che non è più utile al sistema produttivo italiano, magari concedendogli pure di poter beneficiare di una mini pensione in patria.

Lavoro nero e vigilanza
In Italia i soggetti maggiormente esposti al lavoro irregolare sono gli immigrati. In particolare al Sud appaiono accentuarsi odiosi fenomeni di abuso della situazione di disagio vissuta da molti migranti, utilizzati come bassa manovalanza reclutata da “caporali” al servizio di pseudo-imprenditori che intervengono in subappalto o gestiscono direttamente, in forme più o meno irregolari, commesse pubbliche e private. Il caporalato continua a persistere in forme gravi anche per effetto della pervasività delle organizzazioni criminali, in grado di esercitare un forte controllo su determinati settori, l’edilizia soprattutto. L’intreccio tra sommerso, caporalato e criminalità vede tra le principali vittime proprio i lavoratori stranieri senza permesso di soggiorno, cui vengono affidate le mansioni più dequalificate e usuranti, la cui pericolosità è spesso causa di infortuni sul lavoro, anche fatali.
È necessario perciò liberare il lavoro dalla illegalità e dal pericolo, potenziando qualitativamente le attività di vigilanza, da orientarsi prioritariamente alle violazioni sostanziali, a partire da quelle più gravi che spesso costituiscono un pericolo immanente per l’incolumità della persona. In questo senso va proseguito il lavoro iniziato con la macro-direttiva ai servizi ispettivi del 18 settembre 2008, che rilanciava l’ambiziosa impostazione, in chiave preventiva e promozionale delle funzioni ispettive e di vigilanza, delineata con la legge Biagi e il relativo decreto di attuazione.
Per contrastare lo sfruttamento della manodopera immigrata l’azione ispettiva deve sempre più divenire sintesi sinergica delle azioni programmate dai diversi organi di vigilanza, unitamente agli interventi delle forze di Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, e attuate, in modo coordinato e in linea di principio uniforme, a livello territoriale, anche in considerazione delle specifiche realtà e delle caratteristiche peculiari delle singole aree e dei diversi distretti economici.
Appare fondamentale portare a compimento la piena integrazione operativa dei servizi ispettivi e delle forze armate e di polizia anche attraverso l’impiego di tecnologie condivise e d’avanguardia che consentano collegamenti informatici e controlli incrociati. La collaborazione con l’Arma dei Carabinieri, che oggi si realizza attraverso un suo nucleo specializzato, potrà opportunamente avvalersi soprattutto delle stazioni territoriali che costituiscono un presidio capillare nei territori, fonte privilegiata di informazioni e di percezioni su quanto in essi realmente accade. La collaborazione con la Guardia di Finanza, avviatasi positivamente nell’ambito del piano straordinario di vigilanza nel Mezzogiorno, potrà consentire l’incrocio di informazioni essenziali per selezionare gli obiettivi.
Più in generale l’evoluzione della attività ispettiva consiste proprio nell’approfondimento del lavoro di intelligence a monte delle attività operative affinché il numero inesorabilmente limitato di queste in rapporto al numero complessivo delle imprese sia tuttavia orientato verso obiettivi mirati in quanto ragionevolmente luogo delle più gravi patologie tra cui appunto lo sfruttamento della manodopera immigrata e clandestina.

ASSE III – ALLOGGIO E GOVERNO DEL TERRITORIO
Questo è un abbinamento alquanto inusuale.

Con riferimento all’alloggio occorre preliminarmente distinguere due aspetti: da un lato l’accesso alla casa da parte degli immigrati, dall’altro la necessità di favorire una coesistenza pacifica tra cittadini italiani e stranieri per favorire la costruzione di un “patto sociale” nel rispetto delle regole di convivenza civile.
Per quanto riguarda l’accesso all’alloggio, la popolazione immigrata necessita di servizi di accompagnamento, anche di tipo finanziario, adeguati a condizioni di disorientamento e di difficoltà economica. Innanzitutto i datori di lavoro, sostenuti dalle loro associazioni di categoria, hanno la responsabilità di accompagnare il lavoratore straniero nel trovare un alloggio adeguato. Da questo punto di vista, la verifica degli impegni assunti dal datore di lavoro con la sottoscrizione del contratto di soggiorno per lavoro subordinato, si accompagna alla valorizzazione ed alla diffusione di iniziative riguardanti alloggi offerti “a rotazione” ai lavoratori stranieri.
Il problema abitativo non è un problema dello Stato, vi devono provvedere i datori di lavoro che hanno voluto assumere manodopera straniera, magari anche con case dormitorio a rotazione. Lo Stato deve controllare be sanzionare chi non provvede a quest'obbligo.

Si tratta di soluzioni di primo alloggio temporaneo per permettere una stabilizzazione abitativa del lavoratore corrispondente a quella lavorativa.
Per quanto concerne invece il matching tra domanda e offerta di alloggio, auspichiamo il moltiplicarsi in sussidiarietà di punti di contatto affinché l’immigrato abbia a disposizione una rete, non solo informale, fatta di camere di commercio, mondo cooperativo, fondazioni, associazioni di categoria, sindacati e tutti quei soggetti con cui vengono a contatto. Tra l’altro, molto spesso queste realtà già oggi rispondono all’esigenza di garanzia su prestiti finanziari ma auspichiamo che gli istituti di credito sviluppino quanto prima offerte dedicate agli stranieri in modo particolare per il sostegno all’affitto o l’accensione di un mutuo.
Per quanto riguarda, invece, le politiche urbanistiche è quanto mai necessario che i Comuni definiscano Piani di governo del territorio secondo regole e indirizzi che facilitino l’inclusione e la convivenza pacifica per recuperare quelle zone del territorio sulle quali hanno perso il controllo sociale. Lo sviluppo dei centri urbani, soprattutto per quelli di maggiori dimensioni, deve essere governato da una regia pubblica, che dettando le linee di sviluppo della città per una maggiore qualità di vita di chi vi abita, ne sprigioni l’attuazione a partire dal coinvolgimento di tutti gli attori sociali.
Il tema, dunque, della convivenza con persone di diversi usi e tradizioni è certamente un aspetto decisivo nel giudizio sulla vivibilità di una città. Purtroppo, spesso, la presenza concentrata di etnie straniere in un quartiere porta con sé insicurezza diffusa sia per i cittadini italiani che per gli immigrati stessi. E’ urgente riequilibrare la presenza etnica straniera in quelle zone della città dove non abitano più italiani. Particolarmente per i centri storici delle piccole città o le periferie di quelle grandi, risulta prioritario creare le condizioni perché tornino appetibili anche per i cittadini italiani. Questo per evitare il formarsi di enclave dove regna il degrado e la microcriminalità. Laddove si costituiscano ambiti monoetnici di culture differenti dalla nostra, è nota la crescita del tasso di tensione sociale che porta con sé una sterilizzazione della speranza di integrazione. Un ambiente migliore, un sistema di trasporti efficiente, una offerta di servizi che renda il quartiere degno di essere vissuto, rappresentano gli ingredienti essenziali per non lasciare al degrado e conseguentemente alla ghettizzazione aree, anche centrali, delle città.
L’educazione alle elementari regole di convivenza civile che interessa l’uso degli spazi comuni, il rispetto delle norme di igiene e di sicurezza non è un passo scontato, anzi, è spesso fonte di scontro nella quotidianità. Per questo è importante richiamare fin dall’inizio agli immigrati quella che è la cornice entro cui si svolge la convivenza nel nostro Paese.
Ancora una volta si sottolinea che l'impegno del Governo è quello di imporre da subito rigidi stili comportamentali, impegno prioritario rispetto alla pianificazione di politiche di inclusioni sociale

ASSE IV – ACCESSO AI SERVIZI ESSENZIALI
Accesso ai servizi di prima accoglienza
La prima accoglienza rappresenta un passo decisivo per impostare un percorso di integrazione efficace. Sia nei casi di emergenza che nelle migrazioni ordinarie, il primo contatto che ha lo straniero è con lo sportello per l’immigrazione delle prefetture o con l’ufficio per l’immigrazione delle questure. Si tratta del primo passaggio burocratico con cui lo straniero rende nota la propria volontà di rimanere in Italia per un certo tempo e per un determinato motivo.
Meno di dieci righe per parlare dell'accoglienza, tra l'altro demandata alle Prefetture ed alle Questure, luoghi notoriamente competenti ed attrezzati nelle politiche di accoglienza. Forse per il Governo l'unica accoglienza possibile è quella nei CIE.

E’ importante aver una adeguata capacità di mediazione in questo primo incontro e per questo è anche opportuno servirsi di mediatori stranieri, persone cioè che si sono integrate a pieno nel nostro Paese e che possono aiutare nel percorso di integrazione i nuovi immigrati.

Accesso ai servizi socio-sanitario-assistenziali
L’allungamento del periodo migratorio pone con urgenza e necessità la questione del riconoscimento dei diritti di cittadinanza sociale. Un livello essenziale per promuovere una effettiva integrazione sociale della popolazione immigrata è dunque costituito dal corretto accesso ai servizi e ai presidi socio-sanitari-assistenziali presenti sul territorio. In questi anni il riconoscimento giuridico del diritto all’assistenza sanitaria per i cittadini immigrati non è stato sufficiente a garantire l’accesso ai servizi sanitari, socio sanitari e assistenziali e la loro appropriatezza.
Forse si stanno accorgendo che con le norme inserite nel “Pacchetto sicurezza” gli stranieri hanno paura a recarsi alla strutture sanitarie.

Ciò richiede una conoscenza approfondita del fenomeno migratorio a livello locale, un ripensamento sull’organizzazione interna dei servizi e una effettiva apertura all’esterno dei servizi stessi verso altri enti e forme di volontariato e di privato sociale presenti nei singoli territori in termini di collaborazione.
Conoscere il fenomeno grazie all’istituzione di un punto unico che faccia sintesi in modo flessibile dei flussi informativi, permette di coniugare la domanda della persona con l’offerta dei servizi tentando altresì di prevenire bisogni emergenti. In questa direzione, gli sportelli di accesso al sistema integrato di interventi e i servizi socio sanitari e sociali devono poter creare stretti collegamenti, anche mediante l’utilizzo delle tecnologie telematiche, con gli sportelli pubblici e del privato sociale specializzati sulle problematiche dell’immigrazione.
Solo ora che si parla di assistenza sanitaria, cioè di spesa pubblica, vengono tirate in ballo le organizzazioni del terzo settore, a cui scaricare i costi delll'assistenza sanitaria degli immigrati.

E’ pertanto opportuno potenziare i sistemi di prima assistenza e accompagnamento delle persone immigrate grazie a personale adeguatamente qualificato e materiale divulgativo appositamente predisposto nella lingua dello straniero. Emblematica è la frequente inappropriatezza dell’utilizzo dei servizi, passando dall’accesso indifferenziato ad alcuni di essi, come il pronto soccorso, al corretto ricorso alla rete territoriale.
Dal punto di vista della struttura interna risulta urgente armonizzare l’orario dei servizi con le nuove esigenze dell’utenza che spesso non ha flessibilità di accesso. Oltre a una formazione specifica degli operatori, anche la mediazione e l’interpretariato devono ormai rientrare nel servizio offerto anche attraverso l’assunzione di personale straniero che si è già integrato nel nostro Paese.
A maggior ragione per le persone straniere, la sussidiarietà è il fondamento di una risposta coerente alla complessità del loro bisogno. Tenendo conto dell’attuale articolazione del welfare territoriale centrato sul Piano di Zona, quale strumento attuativo delle linee programmatiche - definite dalle Regioni - e progettuali - definite dai Comuni o Consorzi di Comuni - in materia socio-assistenziale e socio-sanitaria, è opportuno ripercorrere un simile processo di partecipazione e condivisione affinché sul tema “immigrazione e accesso ai servizi” possa svilupparsi una azione congiunta Stato, Regioni e Enti Locali. Solo così saremo in grado di utilizzare e rafforzare la rete di risorse e servizi già operante sui territori, valorizzando le buone pratiche anche mediante un documento di linee guida definito in sede di Conferenza Stato/Regioni.
Il lavoro all’interno dei servizi sanitari e assistenziali deve infatti caratterizzarsi per la multidisciplinarietà e per l’essere in rete: molteplici figure professionali sono chiamate a raccordarsi tra di loro e con l’attività di enti esterni, associazioni di volontariato di italiani e di immigrati e cooperative sociali per condividere competenze, risorse e buone pratiche.
Una particolare attenzione dovrà essere dedicata all’attività di prevenzione ed educazione sanitaria e sociale, specialmente per quanto riguarda malattie esotiche e nei confronti delle donne. L’attivazione di percorsi specifici per informare le donne appartenenti a diverse etnie può garantire un migliore accesso delle famiglie immigrate alla rete dei servizi territoriali. Se da un lato sarà necessario affinare protocolli medici specifici per l’ingresso di persone immigrate in Italia, dall’altro sarà ancor più importante sviluppare adeguati protocolli e strumenti per facilitare l’accesso alla rete dei servizi.

ASSE V – MINORI E SECONDE GENERAZIONI
L’educazione è la priorità per l’integrazione dei minori stranieri: bisogna garantire ambiti e strumenti perché possano divenire loro stessi. Il ruolo fondamentale del lavoro ai fini dell’integrazione degli adulti viene ricoperto dalla famiglia e dalla scuola verso i minori.
In aderenza a tutte le norme nazionali e internazionali, la tutela dei minori deve essere piena e incondizionata, a prescindere dalle modalità di ingresso nel territorio italiano degli stessi.
I genitori dei bambini stranieri affrontano necessariamente un riassestamento del proprio stile di vita e tale condizione di stress può compromettere la loro capacità di accudimento dei figli, che può essere sostenuta innanzitutto dalle reti territoriali di associazioni e famiglie solidali e favorendo il loro accesso ai servizi educativi e socio-sanitario-assistenziali.
Oltre le proposte indicate nell’asse dedicato all’educazione, è opportuno concentrare gli sforzi per evitare l’abbandono scolastico da parte dei minori immigrati prima dell’età dell’obbligo, assicurare l’effettività nell’accesso e nella prosecuzione dell’iter formativo, e offrire percorsi di formazione qualificanti per l’inserimento nel mondo del lavoro, sfruttando innanzitutto lo strumento dell’apprendistato.
All’interno della categoria minori meritano poi particolare attenzione i minori stranieri non accompagnati, i quali si trovano privi di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti legalmente responsabili. In questo ambito è cruciale rinsaldare le politiche di collaborazione con i Paesi terzi - in primis Egitto e Marocco da cui proviene un terzo dei minori stranieri non accompagnati - al fine di prevenire e scoraggiare il fenomeno delle partenze illegali. Ciò potrà essere realizzato sia attraverso campagne informative di prevenzione da realizzarsi nei Paesi d’origine, sia attraverso interventi finalizzati all’inclusione socio-lavorativa dei minori a rischio nel proprio Paese.
Il Comitato per i minori stranieri, istituito presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, in virtù della sua funzione di coordinamento delle attività dei molteplici attori interessati al fenomeno, rappresenta lo strumento centrale nel promuovere politiche di integrazione sistemiche. In tale direzione, è stato potenziato il Programma nazionale di protezione dei minori stranieri non accompagnati, realizzato in collaborazione con l’ANCI e finalizzato alla creazione di una rete che consenta una più equilibrata distribuzione sul territorio nazionale dei minori e il miglioramento delle attuali modalità di presa in carico dei minori, innanzitutto tramite l’istituto dell’affido, soprattutto tramite forme temporanee e flessibili.
Sulle cosiddette seconde generazioni è saltato l’impianto culturale sia del multiculturalismo che dell’assimilazionismo, come in alcuni Paesi dove i figli di stranieri nati nel Paese di migrazione non si sono integrati. La sfida dunque più difficile che abbiamo di fronte riguarda proprio loro, i giovani che crescono contemporaneamente nell’ambiente familiare che esprime la loro cultura di origine all’interno della nostra tradizione nazionale. Per evitare una vita “divisa” che porta inevitabilmente a tensione sociale, dobbiamo essere pronti a valorizzare quanto esiste di edificante nella loro tradizione, sottolineando – certamente senza sconti – le affinità e i punti di contatto e prevedendo percorsi di integrazione effettiva e piena.
Meno di dieci righe, generiche e qualunquistiche sulle seconde generazioni, quando l'esperienza di altri paesi europei dimostra che è proprio su questo terreno che si misurano le politiche sociali, il futuro di una nazione e la sua tenuta sociale.
Ma la colpa più grave è quella di non prendere nemmeno in considerazione l'idea che questi ragazzi, spesso nati e cresciuti in Italia, al compimento dei 18 anni di età, si ritroveranno ad essere stranieri e senza diritti nel paese in cui sono cresciuti e si sono formati. Si paventa il rischio (reale) di tensioni sociali, ma nulla è detto sul diritto di cittadinanza.

GLI STRUMENTI DELL’INTEGRAZIONE
Il Piano nazionale per l’integrazione deve partire dai risultati conseguiti nelle esperienze di successo finora maturate a livello territoriale, in modo da poterle replicare in un quadro sistematico, razionalizzando le risorse impegnate e riorientando le politiche di settore. La valutazione delle politiche di integrazione richiede l’elaborazione di un sistema di monitoraggio e controllo, attraverso la costruzione di indicatori significativi e congruenti con le priorità declinate nel Piano, che consentano un controllo costante sulla coerenza strategica delle azioni e sul loro grado di realizzazione e di efficacia. L’ottimizzazione nell’impiego delle risorse disponibili, sia nazionali sia comunitarie, esige una programmazione sistemica che sia capace di superare la frammentazione degli interventi, coordinando ed integrando tutti gli strumenti finanziari esistenti.

Banche dati e fondi
Sia le banche dati sia i fondi vedono la compartecipazione di molteplici livelli di governo e per questo richiedono sia sviluppata una più forte integrazione della loro azione. Senza dati non è possibile programmare politiche efficaci per l’integrazione: siamo chiamati a razionalizzare l’enorme mole di informazioni esistenti in materia per riuscire a capire gli andamenti del fenomeno migratorio e predisporre politiche coerenti. Anche per quanto riguarda i fondi, è urgente un maggiore raccordo tra i finanziamenti statali e quelli concessi dagli enti locali e dal privato sociale per evitare sovrapposizioni e definire obiettivi condivisi.
Si cerca di risparmiare su tutto, l'immigrazione non merito un impegno economico, perciò si tenta di metter le mani sui fondi privati di associazioni, fondazioni ed enti del terzo settore.

Portale dell’integrazione
I destinatari del Portale, gestito dall’Istituto per gli Affari sociali, sono tutti gli attori che a vario titolo si occupano di politiche di integrazione - Ministeri, Regioni, Enti Locali, privato e privato sociale - nonché gli immigrati. Il Portale costituirà innanzitutto il luogo di raccolta e scambio delle buone pratiche promosse a livello territoriale. Rivolgendosi direttamente agli immigrati, avrà inoltre funzioni di sportello unico virtuale, favorendo l’accesso a tutte le informazioni istituzionali in modo interattivo. Per strutturare il portale sarà necessaria una attività di coinvolgimento e di raccordo tra le amministrazioni pubbliche e gli operatori del privato sociale, mettendo così in comunicazione le reti già esistenti.


In conclusione.
Questo rapporto documenta bene l'improvvisazione con cui il Governo affronta il tema dell'immigrazione. Venti pagine generiche, zeppe di impostazioni ideologiche securitarie, in cui lo straniero viene visto con sospetto e mal tollerato. Di diritti di cittadinanza neanche a parlarne.
L'esperienza del Sudafrica dimostra che l'impostazione di una società sulla divisione etnica, con diritti e doveri differenti, dura poco, prima o poi gli oppressi rivendicheranno i propri diritti. A quel punto davvero l'immigrazione diventerà un problema ma temiamo che sarà troppo tardi. Se ci può consolare, almeno sapremo a chi dare la colpa.

Asti, 11/6/2010
PIAM onlus